L’illusione delle classi dividendo

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Bisogna ammettere che, quando siete di fronte alle classi con dividendo, abbiamo a che fare con un caso di pubblicità ingannevole.

Primo inganno. Il fatto che questo tipo di azioni paghi un dividendo non implica necessariamente che il fondo abbia fatto un profitto.

Prendiamola un po’ alla lontana.

Pensate ad un’obbligazione. Una cosa normale: cedola fissa e nessuna cosa strana inserita nei dettagli del titolo. Una buono del tesoro poliennale per esempio.

Come funziona questo titolo? Voi la comprate ad un certo prezzo e chi riceve il vostro donaro promette di pagarvi un interesse periodico nella forma di una cedola. Prima dell’avvento dei computer l’obbligazione era rappresentata da un foglio di carta, al fianco del quale erano disegnate le cedole. Queste venivano staccate (da qui il termine “Staccare le cedole) ogni qual volta il proprietario del titolo riceveva gli interessi.

Pensate al nostro amico Fabio. Il giovanotto compra 10 mila euro di un titolo che stacca una cedola del 5 per cento anno. Questo significa che, fino al giorno della scadenza, riceverà 500 euro di interesse ogni anno (10.000 x 5 / 100 = 500). Quando il titolo raggiunge il giorno della maturità Fabio riceve i 500 euro di interesse più i 10 mila euro che aveva investito.

I soldi gli vengono restituiti. Se nulla succede a chi aveva emesso il titolo (se non fallisce) Fabio non perderà soldi in quest’operazione.

Senza fare calcoli adesso – li faremo la prossima volta – questo non è vero per le classi dividendo. Voi potete ricevere un dividendo e perdere soldi comunque.

Come ho detto, il pagamento di un dividendo, non implica necessariamente un profitto del fondo, un profitto che viene distribuito agli azionisti.

Quanto e quando si paga per il dividendo viene deciso dai gestori del fondo. Ragionevolmente, uno si potrebbe aspettare che se l’anno è andato male ed il fondo sta perdendo il 10 per cento, non verrà pagato nessun dividendo.

Secondo inganno: dal punto di vista dell’investitore non c’è nulla di ragionevole nel mettere i propri soldi in una classe dividendo. Anzi: è un’idea proprio stupida.

Chi ha comprato queste azioni, poveri loro, si aspetta un pagamento ed il gestore è più che disposto ad accontentarlo. Un cliente infelice è un cliente che se ne va.

La domanda veramente importante è: che cosa viene veramente pagato?

Ci vogliono degli esempi.

Ci vogliono dei numeri.

La prossima volta.

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Le classi dividendo: una buona notizia?

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I fondi di investimento emettono tante classi (tipi) di azioni.

Una di queste classi è l’azione con dividendo.

Wow!

Pensateci un momento: dividendo è una parola magica.

Fa subito venire in mente l’idea di profitto.

“Signori, quest’anno abbiamo fatto un profitto e lo distribuiremo attraverso il pagamento di un dividendo.”

Che goduria.

Dividendo è una parola con cui siamo familiari. È una buona notizia. È anche una notizia che viene riportata regolarmente: praticamente ogni giorno un qualche giornale parlerà di una qualche società che distribuisce dividendi a destra e a manca.

Persino i fautori della Brexit hanno venduto l’idea usando il concetto di “dividendo Brexit”. Che poi il dividendo non esistesse e la realtà delle cose fosse parecchio più amara, non importa. L’importante era vendere l’idea.

Il dizionario definisce il dividendo come: “Nel bilancio di una società per azioni, la quota di utile spettante ad ogni azione”.

In quello dei sinonimi e contrari trovate termini come: utile, profitto, rendita, guadagno ed interesse.

Il dividendo è come Natale: regali e felicità.

Quindi le classi con dividendo sono una figata.

Siete così ingenui che fate tenerezza.

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I fondi di investimento sono una questione di classe

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Le società per azioni emettono diversi tipi di titoli. Forse ne avete sentito parlare: azioni ordinarie, di risparmio, privilegiate e così via. Di solito quello che differenzia un tipo di azione dall’altra è il suo potere di voto durante le assemblee, o la parte di dividendi che ricevono.

Anche un fondo di investimento emette diverse tipi di azioni. Queste si chiamano classi e quello che le rende diverse le une dalle altre non è il potere di voto (che non hanno), ma la struttura delle commissioni che le caratterizza.

Soprendente, vero?

Se ci pensate bene, non lo è per niente.

Ci sono, per esempio, classi pensate per istituti bancari dove l’investimento minimo è di almeno 1 milione di euro o più e le commissioni sono un po’ più basse.

Molto comuni sono anche le classi per i dipendenti della società che gestisce il fondo. Qui molte delle commissioni sono rimosse. La realtà della classe per dipendenti è che, nella maggior parte dei casi, vengono comprate dai gestori stessi. Mettono dentro i fondi i soldi della loro famiglia e preferiscono non condividere l’eventuale profitto con i colleghi. Ragionevole.

Tutte queste non vanno bene per i piccoli risparmiatori. Pochi possono permettersi di sborsare un milioni e pochi sono parenti dei gestori.

Non c’è problema: esistono le classi pensate per il mercato al dettaglio, le classi pensate con il piccolo risparmiatore in testa. Queste sono le più amate dai fondi per due validi motivi. Il primo motivo è che queste azioni diversificano la base degli investitori. Tante piccole quote: nessun cliente che comanda veramente o che ha il polso del fondo. Secondo motivo, di gran lunga il più importante, quella per il piccolo risparmiatore è di gran lunga la classe più onerosa per l’investitore, ergo più profittevole per chi gestisce il fondo. Diciamo che da ogni milione investito da una banca, il fondo guadagna duemila euro. Per ogni milione investisto da piccolo risparmiatore, il fondo guadagnerà 20 mila euro o più. Il principio non è molto diverso da quello di un compratore all’ingrosso e di quello al dettaglio. Il secondo non potrà mai contare sugli sconti ottenuti dal primo.

Come dicevo le classi per il piccolo risparmiatore sono pensate appositamente per loro.

Il principio dietro questa pletora di classi è quello della diversificazione dell’offerta. Prodotti diversi per esigenze diverse in modo da ottenere maggiori profitti.

Penso sia palese che le mie preferenze tendono verso le azioni per piccoli risparmiatori, ma il mio cuore si scioglie per le classi di azioni che pagano un dividendo periodico.

Chiunque se ne sei uscito con l’idea delle classe dividendo era un genio senza scrupoli.

È il classico caso di cornuti e mazziati.

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Come cambia il prezzo di un fondo

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Se, dal mio punto di vista, le commissioni di entrata sono uno dei migliori modi di fare cassa, bisogna anche dire che non è il solo metodo per raggranellare un qualcosina in più.

I fondi raccolgono fondi attraverso diversi tipi di azioni. Questa diversificazione porta ad un intorbimento delle acque e, si sà, nel torbido si pesca bene.

Un po’ come per il capitale di una società, il valore di un portafoglio viene suddiviso in piccole porzioni: le azioni. È una soluzione pratica e storicamente ben testata e che permette a moltitudini di investire i propri soldi in questa forma di gestione del risparmio.

A differenza delle azioni di una società quotata in borsa, il valore delle azioni di un fondo non dipende dalla domanda e dall’offerta di queste azioni. Le uniche cose che fa muovere il prezzo dell’azione del fondo Il valore di queste azioni sono l’andamento del portafoglio sottostante e la struttura delle commissioni del fondo stesso.

Per esempio, ammettiamo che un fondo abbia venduto 1000 azioni del valore di 1000 euro l’una. La cassa totale a disposizione è uguale a 1000 euro per 1000 azioni, cioè un milione di euro.

Questo milione di euro, il primo giorno viene investito in

10000 azioni della società ABC al prezzo di 50 (quindi 500 mila euro) e

20000 azioni della societa XYZ al prezzo di 25 (gli altri 500 mila euro)

Il portafoglio vale 1 milione di euro (500 mila più 500 mila), ci sono 1000 azioni a rappresentare quel portafoglio. Ogni azione vale

1’000’000 : 1’000 = 1’000 euro.

Il giorno dopo il prezzo di ABC va a 55 (x 10000 azioni = 550 mila) ed

il prezzo di XYZ va a 30 (x 20000 azioni = 600 mila).

Il valore del portafoglio è quindi salito a 550 mila più 600 mila uguale a 1’150’000.

Quanto valgono le azioni?

1’150’000 : 1000 = 1’150

Un aumento del 15%. Una buona giornata per gli investitori.

Il giorno dopo, il fondo carica le sue commissioni. Diciamo: 50 mila (‘mazza che ladri). Il resto non cambia.

Il valore del portafoglio va a 1’150’000 – 50’000 uguale a 1’100’000.

Il valore delle azioni scende. 1’100’000 : 1000 = 1’100.

Cosa succede quando arrivano nuovi investitori. Il prezzo delle azioni non cambia. Quello che cambia è il numero delle azioni.

Diciamo che un nuovo investitore mette 110’000 euro nel fondo. Il prezzo delle azioni è 1’100.

110’000 : 1’100 = 100

Vengono emesse 100 nuove azioni. Il totale delle azioni diventa 1’100.

Qual è il loro prezzo.

Il portafolgio valeva 1’100’000. Aggiungiamo i nuovi 110’000 e diventa 1’210’000.

1’210’000 : 1’100 = 1’100

Il prezzo delle azioni non cambia. Per cambiare il prezzo conta solo l’andamento del valore del portafoglio sottostante e la struttura dei costi.

Per far più soldi possibili, il fondo emette diverse tipi di azioni.

Ne parleremo.

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Vacanze esotiche? I miei clienti le pagheranno per me.

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Abbiamo stabilito che commissioni in entrata ed, ancor di più, in uscita sono un po’ delle porcate.

Sento già le vostre proteste: non fare il santarello! Tu ci godi come dieci ricci che godono! Di sicuro farai di tutto per avere una fetta di quella extra commissione…

Di fronte a queste osservazioni, mi commuovo. Avete capito.

Mi rendo conto di aver creato dei mostri. Peggio: dei possibili concorrenti.

Siete praticamente dei fiduciari.

Avete ragione.

Toglietevi dalla testa che io mi metta a fare il moralista su queste cose.

Queste sante commissioni generano denaro ed io voglio la mia bella fetta.

Ma cosa dico? Altro che fetta: voglio metà della torta.

Se il costo per l’investitore è del 2 per cento, faremo in queso modo: uno per cento al fondo ed uno per cento alla Spizzi.

E che cazzo!

Un’interessante conseguenza di questo furto… scusate, costo aggiuntivo, è che mi permette di fare cassa alla svelta.

Mi spiego con una storiella, che tanto storiella non è.

Aprile: primi segni di primavera. La neve sulle Alpi comincia a sciogliersi e le mille cascate di questo bel territorio sono uno spettacolo fragoroso e che non smette mai di meravigliare. Il pensiero comincia a rivolgersi alle vacanze o magari ad una settimana da qualche parte del mondo. Un viaggio bello, esotico, e probabilmente costoso. Diciamo 20 mila euro. Ahimé: tutti i miei soldi sono già investiti o allocati. Dove trovare i 20 testoni?

Mi guardo intorno affannato e scopro… i miei clienti.

Improvvisamente ho un’idea.

C’è questo fondo che impone una commissione di entrata del 2 per cento. I miei clienti, tramite me, vi hanno messo già due milioni. Non mi va di aumentare i soldi su quel fondo, non senza una contropartita.

Quello che faccio è molto semplice. Tolgo quei 2 milioni e li sostituisco con 2 milioni presi da altri clienti. Su questi due milioni c’è un costo di ingresso di 40 mila euro (il 2 per cento di 2 milioni). Ventimila vengono a me.

Breve vacanza esotica, eccomi qua.

Ed i clienti? A parte il fatto che, probabilmente, anche il cliente si sta facendo una vacanza esotica da qualche parte, l’impatto sul singolo portafoglio è minimo. Nessun cliente investirà più del tre per cento dei propri soldi in quel fondo. Il costo, quindi, va calcolato come il 2 per cento del 3 per cento che fa lo 0,06%. Impercettibile. Se il cliente medio vale 300 mila euro, lo 0,06% è uguale a 300 mila per 0,06 diviso 100, cioè 180 euro. Meno di uno scoreggia.

Da quasi fiduciari che siete, sono sicuro che vi rendete conto che questo è un giochetto che si può fare parecchie volte all’anno.

In effetti, come un contadino che mantiene i propri campi, ho un vero e proprio sistema di rotazione.

Un anno metto questo gruppo di clienti in questo fondo, poi lo tolgo e lo sostituisco con un nuovo gruppo che mi genera la mia cassa, poi un terzo gruppo e così via fino a quando non si riparte.

Funziona meglio di un bancomat.

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Commissioni in entrata ed in uscita: qualche calcolo

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Facciamo qualche conto. Vediamo con dei numeri le conseguenze per un risparmiatore delle commissioni di ingresso e di uscita.

Primo caso: nessuna commissione.

Fabio investe 10 mila euro nel fondo ABC che non ha commissioni di ingresso od uscita. Dopo tre anni il fondo registra un profitto del 20 per cento.

Questo equivale a

10000 x 20 / 100 = 2000 euro

Fabio chiude la posizione e se ne va a casa con 12 mila euro.

Yippie!

Secondo caso: commessione d’ingresso.

Marta, quella sfigata, investe la stessa cifra (dieci mila) nel fondo DEF. C’é una commissione di ingresso del 2 per cento.

Commissione = 10000 x 2 / 100 = 200

L’investimento reale di Marta è quindi di 10 mila meno duecento uguale a 9800 euro. Esattamente come il fondo ABC di Fabio, anche DEF genera un profitto del 20%.

9800 x 20 / 100 = 1960 euro

Marta, quella sfigata, chiude il suo investimento e se ne va a casa con 9800 più 1960 euro uguale a 11760 euro. Duecentoquaranta euro in meno di Fabio.

Come mai 240 e non 200 euro in meno? Il profitto in percentuale è lo stesso, la commissione pagata era di 200 euro. Da dove arrivano quegli extra 40 euro di differenza. In un certo senso, la commissione d’entrata ha generato degli interessi passivi che Marta pagherà quando disinvestirà. In numeri

200 x 20 / 100 = 40 euro

La commissione d’ingresso si riflette anche sui profitti.

Terzo caso: la commissione in uscita

Luigi, che sa che Marta è una sfigata, mette i suoi 10 mila in un fondo con un costo di uscita del 2 per cento. Quello che Luigi non sa, è che pure lui è sfigato. Solito profitto del 20 per cento.

10000 x 20 / 100 = 2000

“Ah, Ah”, ride soddisfatto Luigi. Adesso me ne esco.

“Un momento – dice il gestore del fondo – c’è la faccenda della commissione d’uscita.” Questa, ovviamente, non viene calcolata sull’investimento iniziale di 10000 euro, ma sul valore delle azioni possedute da Luigi al momento dell’uscita, cioè 12 mila euro.

Quindi

12000 x 2 / 100 = 240 euro

Esattamente come per le commissioni in entrata?

Non esattamente. Nel caso di commissione in entrata, il gestore del fondo riceve 200 euro. I 40 euro di profitto perso è un costo subito solo dall’investitore: un mancato profitto.

Nel secondo caso, la commissione in uscita, il gestore del fondo riceve 240 euro con gli extra 40 euro che agiscono come commissione sui profitti.

Luigi è più sfigato di Marta. Luigi è cornuto e mazziato.

Luigi paga due volte la commissione sui profitti: quella prevista dal prospetto e quella implicita nella commissione di uscita.

A tutti gli effetti è una doppia tassazione.

Drammatico, qualcuno di voi penserà.

Il paradiso per un fiduciario, rispondo io.

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Le commissioni in ingresso ed in uscita

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Alcuni fondi sono più profittevoli di altri. Quando parlo di profitto, spero che ormai la cosa sia chiara, intendo il mio. Il profitto del cliente (che ha sempre torto) è un’eventualità che rende tutti felici. Una Spizzi in perdita mi spezzerebbe il cuore.

Senza voler fare una lista di cosa renda più o meno appetibile un fondo per una fiduciaria, direi che la prima cosa che mi viene in mente è la commissione di entrata.

Immaginate di essere un potenziale investitore: dopo attenta considerazione, decidete di mettere i vostri soldi nel fondo ABC. Per poterlo fare, il fondo ABC vi chiede di pagare una commissione solo apparentemente bassa: qualcosa tra l’uno ed il due per cento. Tradotto in denaro, se il nostro investitore pensava di comprare l’equivalente di 20 mila euro di azioni del fondo, dovrà prima sborsare tra i 200 (uno per cento) ed i 400 (due per cento) euro.

Così: pronti, partenza via.

Perché mai uno dovrebbe pagare questo balzello?

La spiegazione che vi verrà data è duplice. La prima è legata ai costi del fondo. La seconda ragione che viene data è questa: si vuole forzare l’investitore a lasciare i suoi capitali per un periodo di tempo almeno medio.

Balle.

I costi del fondo vengono già abbondantemente coperti dalle commissioni di gestione.

La seconda ragione potrebbe essere valida se il fondo restituisse la commissione dopo un certo periodo di tempo. Ti tolgo adesso il 2 per cento, ma, se mi lasci il capitale per almeno 6 mesi o un anno, te li restituisco.

Probabilmente non sono fortunato, ma non conosco nessun fondo che segua la politica di restituire la commissione di ingresso.

Al di là delle giustificazioni formali queste commissioni sono solo un altro modo di fare qualche soldo in più senza dover dare nulla in cambio.

Si paga per il privilegio di dare dei soldi.

Geniale.

Amo il mio lavoro.

Più rara, ma non sconosciuta, è la commissione da pagare in caso di uscita dal fondo.

Una punizione per aver tradito?

Il fondo ha il cuore infranto?

Il bello è che entrambe le commissioni agiscono anche come una tassa indiretta sugli eventuali profitti. Per dimostrarlo dovremo fare qualcosa di odioso: dovremo fare dei calcoli.

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Le occasioni speciali

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Il mondo finanziario, per molti aspetti, non è diverso dagli altri settori dell’economia. Ognuno cerca di massimizzare il proprio profitto, di proteggere la propria azienda ed i propri dipendenti (no, non siamo dei mostri). La competizione è serrata e i prezzi più o meno si equivalgono.

Occasionalmente, queste regole non valgono.

Occasionalmente, succede qualcosa di eccezionale che aumenterà la ricchezza di qualcuno più del solito.

Di tanto in tanto, anche nel mondo dei fondi di investimento, si presentano le occasione speciali.

Proprio come al supermercato, un prodotto che oggi rende al fiduciario x, domani potrebbe rendere x + qualcosa.

Sono occasioni dove, a parità di capitale investito, il fiduciario aumenta il proprio profitto.

E il cliente?

Il cliente ha sempre torto.

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L’unica variabile che conta

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Il compenso di un fiduciario non dipende molto dal tipo di portafoglio. Non ha veramente importanza se vado a mettere i vostri soldi su un obbligazionario, su un azionario o su un misto. Forse importa a voi, ma non a me.

Poichè l’opinione del cliente non ha peso, l’unico fattore che pesa nella scelta di dove io metterò i vostri soldi, è la mia opinione.

I vostri soldi sono lì per fruttare a me: fatevene una ragione.

Se il mio compenso non dipende dal tipo di portafoglio, da cosa dipende.

Lo avete intuito: dipende solo da chi mi sta di fronte.

Bisogna anche avere l’approccio strategico corretto.

Il leccaculismo è e rimane un’ottima tecnica.

Il gestore medio è afflitto da un ego enorme e il tempo speso a massaggiare la vanità della vostra controparte, non è mai tempo perso.

Il gestore gode nell’essere massaggiato. Un po’ come ad un cane piacciono i grattini sulla pancia.

Frasi del tipo: “Capisco. Questa dietro al fondo è un’idea valida ed originale e mi piacerebbe farne parte. So che tu faresti un buon lavoro…” vanno ripetute spesso.

Insaporire con un tocco anglosassone non guasta: “a very good job indeed”.

Se ne hanno mai avuti – un evento più raro di quello che uno immagini – gli ricordi i loro successi, altrimenti te ne esci con qualcosa di ottimista.

Quando loro sorridono e pensano di averti nel sacco, aggrotti la fronte e gli elenchi tutti i tuoi “se”, “ma” e “vorrei tanto… purtroppo…”

Gli ricordi che i tempi sono duri – i tempi sono SEMPRE duri – che i tuoi clienti hanno un certo profilo di rischio (tutti contratti I) che potrebbe non coincidere con quello del nuovo fondo…

Bla bla bla…

Loro ribatteranno con un “Ma dai…”, “l’idea dietro al fondo non può fallire”, ed “è tanto che ci conosciamo”.

Quando usano questa frase, mi chiedo sempre se si rendono conto che il “è tanto che ci conosciamo” spesso non va a loro vantaggio.

In queste situazioni mi viene sempre in mente una scena di “La minaccia fantasma”, il film di Guerre Stellari dove si racconta l’infanzia di Anakin Skywalker. Il film che tutti i fan della serie hanno odiato.

Anakin lavorava per questo venditore di parti di astronavi. Il maestro Jedi Qui-Gon Jinn cerca di comprare dei pezzi di cui ha bisogno per far ripartire la sua nave usando i suoi poteri jedi. Il vecchio venditore, Watto, pero’, è immune ai poteri e dice: “Quei trucchi non funzioneranno con me: solo soldi”.

Frase che starebbe bene sulle labbra di un qualunque fiduciario.

Lo stesso vale anche per i gestori. Si lotta cordialmente e a lungo su ogni 0,01 per cento.

Quanto tutto è stato detto e ridetto, alla fine l’unica vera variabile che conta è quanto siano bravi i gestori.

Meno lo sono, più devono pagare.

Il fiduciario a cui voi affidate i vostri risparmi e le vostre sudate tasse evase ha un forte interesse a rivolgersi a gestori la cui qualità va dal mediocre in giù.

È un punto che ogni risparmiatore / evasore dovrebbe mai scordare.

Per fortuna, se lo scordano praticamente tutti.

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Non c’è legge che tenga

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Il contratto che vi ho mostrato l’altra volta serve solo a giustificare qualcosa che è gia’ successo.

La Spizzi ha già versato dei capitali in un fondo di investimento e la Spizzi ha già maturato delle commissioni che, secondo la legge, non gli spetterebbero.

Il fatto è che la Spizzi non avrebbe MAI investito quei soldi se non fosse stata sicura di poter ricevere più soldi di quanto gli spetterebbe legalmente.

Questo non vuol dire che la Spizzi stia facendo qualcosa di illegale. Nessuno impedisce di firmare un contratto dove, in cambio di fare niente, di stare fermi e tranquilli, si viene pagati.

Il contratto, ovviamente, è una commissione. La legge, però, non vuole che la si chiami una commissione.

D’accordo: la chiamiamo consulenza.

Sempre di commissioni si tratta, ma se il legislatore è contento… Certe leggi servono solo a nascondere la verità, senza impedire che questa venga a galla in qualche altra forma.

La verità è che l’unica cosa che conta per una fiduciaria sono quante commissioni incassa.

In un mondo trasparente questa dovrebbe essere la catena degli eventi

Capitale Investito -> Genera commissioni per chi ha messo i soldi.

Capitale Investito -> Genera commissioni per chi gestisce i soldi.

Come vengono distribuiti questi soldi? Una decisione che andrebbe lasciata a chi fa muovere il denaro.

Invece no.

Protezione del consumatore.

Tutela del risparmio.

Balle.

I soldi verranno comunque distribuiti secondo i desideri di chi manipola il denaro.

Il legislatore, per esempio, non ama questo passaggio

Capitale Investito -> Commissioni sui risultati -> Una parte va a chi ha messo i soldi.

Al legislatore puo’ non andare bene. Non c’è problema. Si complicano le cose per arrivare esattamente allo stesso risultato.

Capitale investito -> Commissione sui risultati incassate dal Gestore ->

Gestore -> Contratto di consulenza per non fare niente con l’agente -> soldi delle commissioni sui risultati vanno comunque all’agente.

Quando si tratta di muovere soldi in giro, non c’è legge che tenga.

La conclusione è che, al di là del metodo adottato, si tratta sempre di accordarsi su quale percentuale dei vostri soldi torneranno alla Spzzi come profitto.

Per il semplice fatto di metterli in qualche portafoglio mi posso aspettare una rendita tra lo 0,30 e lo 0,50 per cento all’anno. In molti casi e senza troppa fatica si riesce ad aggiungere un’altro 0,30 o 0,50 per cento.

In soldi veri per ogni milione investito la compagnia riceve tra i tre ed i diecimila euro all’anno. L’andamento dei mercato possono aggiungere o togliere un qualche centinaio di euro, ma è, di solito, poca roba.

La parte che conta, l’unica parte che conta, leggi o non leggi, è la commissione.

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