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La natura divina dei gestori

Prima di procedere, permettetemi di aggiungere una parole sui gestori. Ne esistono un po’ per tutti i gusti: alti, magri e grassi e con una conoscenza più o meno ferrata di quell’inglese che amano così tanto usare.

Tanti modelli: un po’ come delle automobili ed esattamente come automobili, i gestori si assomigliano un po’ tutti, pur mantenendo qualche piccola differenza qua e là. Un po’ come delle zebre: le strisce sono tutte diverse e un occhio non allenato non le distingue.

C’è una cosa che tutti i gestori hanno senza dubbio in comune: il loro forte senso della loro natura divina.

Non hanno il minimo dubbio a riguardo.

Sono essere celestiali.

Fighette.

Le convenzioni sociali si applicano anche per loro, quindi anche un gestore, di fronte ad un mero mortale, può mantenere un atteggiamento quasi umile, persino simpatico. Attenzione però: il gestore non ti lascerà mai pensare di essere di fronte ad una persona ordinaria. La sua apparente umiltà è lì per enfatizzare la sua divinità. Se tu, mortale, non te ne avvedi è solo per la tua stoltezza.

Questo loro sentimento divino ha forti conseguenza sulla prima fase delle negoziazioni. I gestori non sono solo divini. Sono divini e missionari. Sentono molto profodamente il loro dovere di insegnare.

In precedenza non ho azzeccato l’esempio migliore. Mentre questa prima fase condivide la stessa inutilità dei cinque minuti di chiacchierata preliminare dei film porno, bisogna riconoscere anche l’esistenza di una differenza fondamentale.

La differenza sta tutto nella consapevolezza di ciò che è desiderato da chi ti sta davanti.

Mi spiego: il regista di un porno conosce con molta precisione cosa vogliono gli spettatori, quindi non perde molto tempo in parti noiose.

Il gestore non è dotato di questa empatia (il gestore non ha empatia: è troppo impegnato a contemplare se stesso). Il gestore è onestamente convinto che tu sia venuto lì per ascoltarlo. Sei nel suo ufficio, nel suo regno, nel suo tempio, per trarre beneficio dalle sue parole. Sei venuto a catechismo e quando andrai a casa sarai una persona migliore.

Anche i tuoi figli se ne accorgeranno.

Il gestore medio (e mediocre) è logorroico: adora il suono della propria voce.

Il gestore bravo è più quieto: troppo impegnato a fare soldi.

Come diceva quel motto? Chi sa fare, fa! Chi non sa fare, insegna.

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La seconda fase delle negoziazioni: la presentazione.

Arriva il giorno della gran presentazione.

Eccoci tutti qua.

Seduti.

In una grande stanza.

Ad ascoltare un giovanotto che vorrebbe raccontarci tutte le qualità del portafoglio.

Ci sta provando con entusiasmo.

Con tutto il cuore.

Ma non ce la fa.

Viene interrotto ogni due minuti dal grande capo:

“Scusa se ti interrompo…”

“Se posso aggiungere una cosa…”

“Qui il grafico non la dice tutta…”

Maledetto grafico. Probabilmente, più tardi, a ospiti spariti, il grande capo cazzierà il giovanotto dimenticandosi di avergli detto che il grafico andava bene così com’era. Poi, lui non dice grafico. È una traduzione che ho aggiunto io per fare chiarezza. Le interruzioni sono più surreali.

“Scusa se I step in..”

“Qui il chart non la dice tutta…”

Il Chart!

Si procede in questo modo per un’ora abbondante.

Un vero fracassamento di palle.

Eppure questi incontri si potrebbero riassumere in poche parole: il nostro fondo è una figata pazzesca e noi siamo sicuramente i migliori dei migliori. Io sarei felicissimo di far finta di crederci.

E invece no. Loro devono insistere con le loro stronzate trite e ritrite: la gestione del portafoglio è innovativa, o diversa, o dinamicamente attiva (pronunciato actively dynamic, giuro) e altre baggianate del genere.

Tutte uguali, davvero.

L’unica cosa che è cambiata negli anni, è la presenza di un inglese pronunciato ed usato male. A differenza dei risultati effettivi di questi fondi “superfighi”, l’inglese cretino è in continua crescita.

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La prima fase delle negoziazioni: chi c’è e chi non c’è

La prima fase delle negoziazioni tra me ed il gestore pottrebbe essere riassunta in una sola parola: inutile.

Stiamo parlando della descrizione della politica di investimento del fondo. Con frasi metà in italiano e metà in inglese (di qualità che va dal buono al maccheronico) mi verranno raccontate storie fantastiche di come tutti faranno una montagna di soldi.

È davvero una perdita di tempo. Potrei leggere il prospetto ed avere le stesse informazioni.

A questo bisogna aggiungere che il gestore ed io ci conosciamo probabilmente da parecchi anni. So come opera o come non opera.

Non importa. Bisogna concedere lo spazio necessario alla vanità di chi ci sta di fronte. Ahimé, la vanità di un gestore richede davvero tanto spazio.

Potete pensare alla presentazione di un fondo come ai primi cinque minuti di dialogo in un film porno. Non serve a molto, spesso è imbarazzante, ma è ritenuto necessario farlo prima di andare al nocciolo della questione.

L’incontro tra me e loro, di solito, si svolge negli uffici della società di gestione, spesso in una delle loro sale piu’ grandi.

Un proiettore è d’obbligo. Di questi tempi una televisione dallo schermo gigantesco collegata ad un computer è anche meglio.

Qualcuno,spesso un giovanotto, avrà preparato una qualche presentazione Power Point: grafici, tabelle con numeri ben visibili, proiezioni invariabilmente ottimiste ed una generale atmosfera di euforia.

Oltre che al sottoscritto, saranno presenti almento un altro quattro o cinque persone.

Un paio di analisti, di solito abbastanza giovani, sono d’obbligo.

Non mancherà il responsabile del fondo anche se quasi di sicuro entrerà con un paio di minuti di ritardo. Fa ovviamente tutto parte della messinscena: sono molto importante e ho milioni di cose da fare, ma mi degno di presentarmi a questo incontro.

Conosco questo gestore gran puttaniere. Letteralmente. Ogni mattina arriva nel suo ufficio, fa colazione a spese della compagnia, poi esce e va all’Oceano, uno dei tanti postriboli di Lugano. Dopo la trombata torna in ufficio per il pranzo per poi allontanarsi di nuovo. Come uomo è una merda, come gestore è un disastro. A me va benone. Da lui posso ottenere tutti i soldi che voglio, perché nessun altro sarà disposto a mettere dei soldi dietro nessuna delle sue idee bislacche. Uno così dovrebbe arrivare puntuale agli incontri, ma sarei sorpreso se lo facesse. Non credo sia mai arrivato puntuale a nessuna presentazione.

Ma sto divagando.

Altre persone che vi potete aspetttare a questi incontri sono uno o due commerciali dell’azienda. Loro preferiscono definirsi team marketing.

Rimangono dei venditori, anche se, considerata la qualità di alcuni dei fondi che devono provare a vendere, occasionalmente li si potrebbe anche definire eroi.

Quando siamo tutti seduti e ci siamo scambiati i cinque minuti di chiacchiere inutili sul tempo e sul campionato di calcio, la presentazione vera e propria può avere inizio.

Qui è quando inizia il mio calvario.

Sono andato a parecchie presentazioni: non sono né brillanti né originali. Certamente non mi aprono gli occhi sulle vie da seguire per avere successo nel mondo della finanza.

Il dover essere presenti ad una di queste riunioni, rimane ed è una questione di selezione avversa.Solo i peggiori le fanno.

Un fondo di successo, gestito da un gruppo di successo non sprecherà ilsuo tempo con un piccolo pesce come la Spizzi.

Innanzitutto,un fondo di successo, terrà il suo metodo ben segreto. Nel momentoi n cui dovesse parlarne con qualcuno, lo farà a tutt’altrolivello. È una di quelle situazioni dove ci scappa il libro o almeno un articolo per una rivista tecnica importante. L’autore vorrà essere sicuro che, nel momento in cui pubblica la sua strategia, non ci siano dubbi sul chi abbia avuto l’idea. Vorrà assicurarsi la sua eredità. Vorrà che gli altri gestori come lui vedano quanto è stato figo e brillante.

Purtroppo, in media, io non ho a che fare con questi brillanti venditori di Ferrari e Lamborghini.

I miei interlocutori sono commercianti di utilitarie di seconda mano.

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Le due fasi delle negoziazioni

Le negoziazioni con i gestori di fondi di investimento sono una rottura.

A questo bisogna aggiungere che, di fatto, gli unici con cui si deve negoziare sono i gestori che vanno dal “meno bravo” al”merda totale”.

Il mio sogno personale sarebbe quello di parlarsi chiaro, possibilmente via posta elettronica, così da non perdere tempo in viaggi ed incontri nulli.

In un mondo ideale, uno dovrebbe poter mettere a confronto i risultati ottenuti dal gestore in questione contro quello di altri gestori senza preoccuparsi di misurare le parole, senza dover tener conto delle normali regole di civiltà. Pane al pane e vino al vino per intenderci.

Vorrei poter passare un messaggio del genere: “Tu, come gestore, sei un po’ una merda. Davvero. Basta guardarsi in giro e ci si rende conto che sul mercato c’é gente parecchio più capace.”

“Non sei competitivo.” Guardandolo negli occhi continuerei: “Basta guardare i numeri. In quanto merda, nessuno ti darebbe mai dei soldi, perché non ne saresti degno.”

“In tutta franchezza tu e tutta la tua vanità meritereste di affondare. Io, però,ho un cuore generoso e sono di bocca buona e, soprattutto, ho accesso a quei capitali che possono tenere te ed il tuo fondo di merda a galla.”

“Se vuoi quei danari, mi devi pagare.”

Bello chiaro ed esplicito.

Sarebbe tutto così semplice.

Purtroppo la vita non è mai semplice.

Alla fine, per il rispetto dovuto a formalità e vanità di chi ti sta di fronte, le negoziazioni diventano molto più lunghe di quello che sarebbe necessario e si perde un sacco di tempo ed energie comportandosi come degli ipocriti.

La verità sottostante a tutti questi accordi (tu vuoi i soldi da me ed io sono disposto a darteli solo ad un certo prezzo, perché come gestore vali poco o niente) è chiara a tutti. L’importante è non menzionarla mai.

Non si può sottovalutare l’importanza del far salvare la faccia al vostro interlocutore.

Questo bisogno di salvare le apparenze, porta a dividere le contrattazioni in due fasi ben distinte..

Perché la Spizzi Sa riceva i soldi che le spettano è impossibile fare a meno di questi due momenti.

Personalmente, a me basterebbe la seconda fase e farei a meno della prima. Il gestore invece, soffre durante la seconda e si gode pienamente laprima parte.

Per il principio che tutti devono soffrire in egual misura, le due fasi sono imprescindibili.

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Il carattere di un gestore

Penso che ormai il concetto sia chiaro: ogni fondo di investimento è soggetto ad una moltitudine di commissioni.

Tutte le commissioni ed i costi del fondo sono definiti nel prospetto, quel documento che descrive in grande dettaglio cosa farà il fondo. Lo avete presente no? È quel documento di due o trecento pagine che non legge mai nessuno.

Il prospetto è un documento redatto da avvocati. Il suo scopo teorico è di dire in modo chiaro cosa succederà ai soldi dell’investitore. Chiunque abbia mai sfogliato un prospetto sa che non c’è nulla di chiaro al suo interno e che lo scopo principale è quello di parare il culo dei gestori che maneggeranno i soldi e degli avvocati che hanno redatto il documento.

C’è una domanda alla quale il prospetto non risponde in modo chiaro: come verranno distribuiti i soldi generati dalla commissinioni? Chi incassa veramente quel denaro?

Ci sono alcune commissioni che hanno dei destinatari molto chiari: la banca depositaria, per esempio, o il conto dei revisori. Banca e revisori sono dei mastini. Non molleranno l’osso e quei soldi che spettano a loro andranno a loro.

Non è un problema.

Ci sono alcune commissioni, come quella di gestione e quella sui profitti, che, se le circostanze le permettono e se gli astri si allineano nel modo giusto, possono andare ad arricchire anche persone che, in teoria, non dovrebbero avere diritto a quel denaro.

Dipende sempre dal fondo con cui si ha a che fare.

Come vi ho menzionato, ci sono dei fondi per cui non vale nemmeno la pena provare a parlare di una qualche forma di distribuzione, diciamo così, extracurriculare.

Quando i gestori sono troppo bravi, un vero peccato, ci si trova di fronte ad un muro. Questa è gente che non sgancia un centesimo in più dello stretto necessario. Non sono persone sotto pressione. Capitali per i loro fondi ne trovano a bizzeffe.

Per fortuna, il gestore bravo ma veramente bravo è raro.

Se non lo fosse il fiduciario non riuscirebbe ad investire almeno la metà dei capitali che raccoglie in fondi la cui qualità va da media, media bassa, al “non pigliamoci per il culo” puro e semplice.

Fate attenzione: io scrivo “fondi”, voi dovete leggere “gestori”. Non è il fondo che va male: è il gestore che è incapace. Quando voi mettete dei soldi in un fondo, voi li state dando a delle persone. Anche quando investite in fondi che usano computers per decidere dove e quando investire, voi state dando i soldi a chi ha scritto quei programmi.

Il fiduciario è particolarmente attento a questo aspetto.

I soldi degli altri li investirà in persone che garantiscano al fiduciario il rendimento più alto possibile per se stesso e, solo in terzo piano (in secondo piano c’è ancora lui) per l’investitore / evasore. Ricordate che l’investitore / evasore ha già fatto il suo bel profitto nel momento in cui non ha pagato le tasse. Non si capisce che altro voglia dalla vita.

Per questa semplice ragione, almeno il 50 per cento dei soldi (spesso parecchio di più) verrà dato a gestori che vanno dal mediocre in giù.

Con questi personaggi si può negoziare, è possibile mettersi d’accordo.

Per evitare fraintendimenti, si deve ricordare che il gestiore mediocre non è sempre consapevole del suo status di mediocrità o merdina.

La verità è che non è mai consapevole.

La verità è che si crede un superfigo.

La verità è che questa merdina rimane stupefatta dal fatto che fiumi e fiumi di denaro, veri e propri Rio delle Amazzoni, non si dirigano ogni giorno verso il suo portafoglio.

Hollywood dipinge sempre il gestore come uno squalo, un lupo pronto a divorare tutto e tutti. Il trader é sempre presentato come un bastardo arrogante e scaltro.

È un carattere che abbiamo tutti ben presente ed immagino che persone del genere esistano. Ce ne sono ovunque, non vedo perché no nel mondo finanziario.

Potrebbe succedere, ne sono certo: Un giorno, anch’io incontrerò un gestore arrogante e scaltro, un lupo pronto a divorarmi. Spero solo di ricordarmi di farmi un selfie con lui prima che lo faccia.

La mia esperienza personale è che il gestore non è scaltro come pensa di essere, certamente non è scaltro come il personaggio di un film. Di sicuro è un arrogante, ma, sopra ogni cosa, il gestore è una fighetta.

Gli piace essere adulato.

Oh come gli piace.

Questa aspetto del suo carattere ha conseguenze per le negoziazioni: le rende possibili.

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La negoziazione, un’arte quasi dimenticata

Pensiamo a qualcosa che accomuna molti di noi: prima o poi, da un supermercato ci siamo passati tutti.

Fare la spesa in un supermercato è molto facile. Si entra, si sceglie ciò che si vuole comprare, si va alla cassa e si paga.

A meno che vi siate fermati al banco del pesce o della carne per avere un pezzo particolare, l’intera esperienza della spesa al supermercato coinvolge soltanto voi stessi. È qualcosa che potete fare “da soli”. Non c’é bisogno di parlare con nessuno, nemmeno con le cassiere se siete una di quelle persone che preferiscono usare quelle casse “fai da te”. Si entra e si esce in totale anonimato.

Stessa cosa all’IKEA. Entrate, magari vi prendete il catalogo, e certamente non vi dimenticate di uno di quei delicatissimi metri di carta che finiscono regolarmente in coriandoli. La matitina piccola e già appuntita e vi viene fornito anche un pezzettino di carta.

L’IKEA vi mette a disposizione tutto il necessario perché possiate fare da soli, perché non rompiate l’anima ai dipendenti e perché i dipendenti non rompino l’anima a voi. I prezzi sono ben marcati su tutti i mobili e gli oggetti e ci sono anche tutte le indicazioni per trovarli nei cavernosi magazzini che precedono le casse. Gli impiegati sono lì pronti ad aiutarvi se chiedete. Altrimenti vi lasciano girovagare in pace senza disturbarvi o infastidirvi. Anche IKEA ha introdotto le casse automatiche. Anche qui potreste fare il completo giro del magazzino senza dover mai interagire con nessuno.

All’IKEA, come al supermercato, non vi verrebbe mai in mente di chiedere uno sconto: i prezzi sono quelli.

Punto e basta.

Il gioco del negoziare sul prezzo, che, sono sicuro, fino a meno di un secolo fa era un fatto della vita quotidiana, è scomparso da molta della nostra routine giornaliera. Non cerchiamo veramente più di tirare sul prezzo su ogni oggetto. Non chiediamo al nostro supermercato di tirare giù di qualche centesimo il prezzo del pollo che vogliamo comprare. O è lui, il supermercato, che ci dice che c’è uno sconto o noi accettiamo il prezzo per quello che è.

Anche nei mercati di strada, dove di sicuro un’interazione con il commerciante c’è, è abbastanza raro che perdiamo tempo tirando sul prezzo. Un pò abbiamo perso il tocco magico, un pò non ci importa perché la differenza sarebbe comunque minima.

In molti film romantici o in qualche programma messo in piedi da un qualche cuoco in cerca di fama, c’è spesso il momento dove i protagonisti passano da un mercato di strada (mai un supermercato) per scegliersi le verdure o la carne. Sono scene dove i nostri eroi toccano le verdure – provate a farlo voi al mercato – e chiacchierano dei massimi sistemi con il commerciante. Provate a farlo anche voi senza l’ausilio di una telecamera alle vostre spalle per tenere a bada gli altri clienti in fila.

No.

Per molte cose, ormai non si negozia più.

Ma non bisogna disperare. Non è un’arte completamente scomparsa.

Preziose come il Serengeti per gli animali africani, rimangono delle aree dove il negoziare, il tira e molla, le sceneggiate, le litigate, le finte ed i mini ricatti rimangono vivi e vegeti.

Presso noi fiduciari la negoziazione è una cosa di tutti i giorni.

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I gestori capaci sono una seccatura

Un fiduciario che si rispetti non si accontenterà mai della sola commissione pensata per lui.

La commissione sui profitti? Tutta ai gestori? Non necessariamente.

L’ammontare di soldi che va nelle mie tasche, il pagamento finale che riceve la mia fiduciaria, non è stabilito da delle regole fisse ed insormontabili.

La cifra concordata è proprio questo: concordata. Scordatevi le regole ed i regolatori. Quello che mi viene pagato è la conseguenza di una negoziazione tra me e la proprietà della società che gestirà il denaro. In molti casi, forse la maggioranza, è un classico caso di “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Il settore finanziario è regolato come pochi. È un bene. Ci sono sempre buchi e scorciatoie da sfruttare.

Nulla di illegale. Come sempre, chi fa le regole prova a farle bene, poi le complica troppo ed ecco che appare il modo di ignorarle.

Ci sono situazioni dove chiedo ed ottengo una parte dei profitti e mi è capitato di negoziare contratti che mi garantiscono l’ottanta per cento della commissione di gestione.

Dipende.

Da cosa?

Non dalle regole, quelle si aggirano.

Dipende da chi siede dall’altra parte del tavolo.

Ammettiamo di avere a che fare con gestori capaci. Gente che ogni anno, invariabilmente, porta a casa i risultati migliori. Persone con i coglioni ed i controcoglioni.

Persone di questo genere, gente che conosce il suo mestiere e che ne trae profitto, non hanno veramente bisogno dei miei soldi. Gliene arrivano già a valanga da tutte le direzioni. A volte gliene arrivano così tanti che chiudono il fondo ad ulteriori investimenti.

Grazie signori: ne abbiamo abbastanza.

Diciamo che, essendo in fondo esseri civili, non mi sputerebbero in faccia, ma non sarebbero turbati se investissi le mie masse da qualche altra parte. Con questo genere di talenti c’è poco che la negoziazione possa fare. Giri i soldi sui loro fondi e quello che ti pagano lo consideri grasso che cola.

Il contratto tra il fondo e la fiduciaria viene definito con un paio di poste elettroniche per scambiare contatti e numeri di conto corrente. Nessun contatto personale. Anche se magari io vorrei vedere loro, loro non hanno bisogno di vedere me.

I gestori bravi sono una seccatura.

Con tutti gli altri, la maggioranza, si negozia.

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La commissione più bella

Di tutte le commissioni che un fondo può creare, quella più bella è quella che spetta a me.

Come si chiama? Il nome, è una formalità – quello che conta è la cifra che arriva sul mio conto – ma visto che avete chiesto…

Come per molte altre cose nel mondo finanziario, il nome di una commissione va dato in inglese. L’inglese ha il grande vantaggio di confondere le acque e di dare quel tocco in più. Questo costo sostenuto dal fondo – e incassato da gente come me – viene chiamato placing agent fee. Se preferite: commissione per quello che ci porta i soldi degli altri.

C’é chi storce al naso di fronte alla possibilità di pagare soldi a chi agisce come tramite tra l’investitore ed il fondo in cui egli investe. D’altra parte, si ragiona, questa persona è già retribuita dall’investitore. Perchè il risparmiatore/evasore deve pagare due commissioni per lo stesso investimento. A parte il fatto che l’investitore paga molto di più che due commissioni, io rispondo, in inglese: why not? Insomma, perché farti pagare una commissione, quando posso fartene pagare due o più?

C’é anche chi obietta che questo costo introduce un grave conflitto d’interesse per il fiduciario. Egli potrebbe essere interessato ad investire solo in quei fondi che gli garantiscono maggior introiti, invece che decidere in base al migliore interesse del cliente.

Nooooooo.

Ma quando mai?

Alcuni legislatori preferiscono non avere una commissione del genere e hanno provato a fare qualcosa a riguardo. Hanno provato ad abolirla.

È uno di quei casi dove il settore pubblico fa davvero tenerezza.

Per rimanere nello spirito anglosassone alla richiesta di abolire la comissione per i procacciatori, io rispondo: no problem.

Per usare un classico: fatta la legge, trovato l’inganno.

C’è una commissione di gestione dell’uno per cento ed una per il fiduciario dello 0,70% per cento e al legislatore non piace?

Al legislatore si obbedisce e, senza indugio, lo 0.70% scompare dai costi del fondo.

Non badate all’altra commissione che, nel frattempo, è salita dello 0.70%. È solo una coincidenza.

Che?

Vi aspettavata di pagare di meno?

E non state lì a lamentarvi. L’uno e settanta per cento non è neanche male. Un investitore si può ragionevolemte aspettare di pagare almeno (almeno) il 2 per cento del proprio capitale ogni anno in commissioni.

Voi direte: capiamo. La commissione tua è la migliore e non c’è verso che non ti venga pagata. Potevi almeno limitarti a parlare dei soldi che spettano a te, invece che entrare nel dettaglio di tutte quelle altre commissioni.

Beata ignoranza.

Pensate che quella per il fiduciario sia l’unica fetta che mi spetta?

In verità in verità vi dico che la commissione per il fiduciaro è solamente un minimo. I soldi veri che vengono pagati alla Spizzi o ad un’altra fiduciaria sono di solito di più.

Le commissioni non sono compartimenti fissi. Quello che è mio è mio e quello che è tuo è tuo.

Le commissioni sono come le camere stagne del Titanic. L’acqua può tranquillamente muoversi da una zona all’altra della nave.

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I fondi sono macchine per creare commissioni 2

Un fondo d’investimento è una macchina per commissioni.

Tutti vogliono trarne beneficio e tutti lo fanno.

Abbiamo menzionato la commissione sui risultati e quella sulla gestione. Se non vi sono familiari è, probabilmente, perché le avete viste con il loro nome in inglese. Ricordatevi: l’inglese fa figo e aiuta a confondere le acque e nelle acque torbide si pesca bene. Il nome in inglese delle due commissioni è performance e management fees. Con anche commissione scritto in inglese.

Ciapa.

Ci sono altri costi che devono essere coperti da commissioni.

È importante ricordarsi che, anche se chi gestisce il fondo decide cosa compare o vendere, nella stragrande maggiornaza dei casi non è il gestore stesso a occuparsi di acquisti e vendite. Le operazioni vengono fatte attraverso degli operatori autorizzati come le banche. Il fondo non detiene nemmeno i titoli presso di sè.

Non tutti possono custodire i titoli scambiati sul mercato. Sono necessarie le qualificazioni e le capacità di una banca.

Quello che fanno quasi tutte le società di gestione del risparmio è firmare un accordo con una banca – la banca depositaria – per occuparsi della custodia dei titoli e della gestione dei conti correnti. Una banca ha a disposizione una struttura molto complessa e molto regolata per registrare, verificare, confermare e validare tutto ciò che fa la società di gestione.

La banca depositaria, che non è un ente benefico, si prende la responsabilità legale per tutte queste attività. La depositara ha i suoi costi che deve coprire e ha i suoi azionisti che vogliono un profitto. I suoi servizi della depositaria non sono gratuiti e devono essere pagati. Ecco un’altra commissione.

Altre commissioni?

Ovvio!

Parliamo dei direttori. Ogni fondo deve essere dotato di direttori che prendano la responsabilità legale di quello che viene fatto. Sono quelli che ci mettono la faccia e la firma.

Notate che i direttori non devono necessariamente far parte della società di gestione. Per esempio, è normale che la banca depositaria abbia un suo dipendente come direttore.

Altrettanto spesso, l’avvocato della società farà anche da direttore. Il direttore in sé non deve fare tantissimo. Anzi: spesso fanno molto poco e si limitano a firmare ed approvare. Diciamo che l’unica cosa che controllano veramente è che il pezzo di carta su cui stanno per mettere il loro nome, non finisca per mandarli in galera.

In altre parole il loro mestiere consiste nel pararsi il culo. Per questo ottimo servizio che può prendere anche dalle 6 alle 10 ore in un anno, i direttori devono essere pagati generosamente. Non ho mai visto nessun direttore prendere meno di 20 mila franchi all’anno. Visto il pesantissimo monte ore, è molto comune che un direttore faccia lo stesso mestiere per più fondi che, a 20 mila franchi a botta, fa un bel vivere.

Il bel vivere del direttore viene pagato da un’altra commissione.

Ci sono poi le commissioni per i revisori dei conti. Di solito definite in inglese – of course – come auditor fee, che si traduce con: commissione per i revisori dei conti.

Ogni anno il fondo viene “controllato” da persone pagate dal fondo stesso per dire se i calcoli sono fatti bene. Ogni anno, la compagnia che gestisce il fondo deve rispondere ad una serie di domande che, nella sostanza, non cambiano mai. Tradizionalmente, si risponde con la solita montagna di carta. Il revisore contempla la montagna di carta, pensa “non ci sono cazzi” e taglia corto approvando con formule del tipo “non ho trovato niente che mi faccia pensare che forse qualcosa mi sia sfuggito e, per quel che questa frase pensata per pararmi il culo permette, direi che ci siamo. P.S: nel caso sbagliassi non è colpa mia.”

La richiesta di pagamento della fattura da parecchie migliaia di euro, invece, è molto più esplicita.

C’é poi la commissione piu’ interessante.

La più bella.

Certamente la più sexy.

Quella che va a me.

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I fondi sono macchine per creare commissioni

Un buon fondo di investimento è, senza ombra di dubbio, il miglior modo di investire i propri soldi. Con i moderni database, trovare un fondo decente non è nemmeno difficile.

La maggior parte di noi, attraverso il proprio conto corrente, ha accesso, via internet, a montagne di statistiche ed analisi messe a disposizione dalla banca presso la quale sono depositati i nostri risparmi.

Metteteli in ordine di profitto negli ultimi cinque anni e, quasi senza eccezioni, troverete un fondo adatto alle vostre esigenze.

Facile, giusto?

Purtroppo sì, è facile. Perché, quindi, non lo fanno tutti?

Non lo so, ma ne sono felice. Se tutti facessero così, io sarei senza lavoro ed i fondi peggiori verrebbero rapidamente eliminati dal mercato. Questo sarebbe un gran peccato, perché i fondi peggiori sono quelli che rendono di più ad un fiduciario.

Come mai?

Dobbiamo partire dal fatto che i fondi di investimento sono macchine per creare commissioni.

Di commissioni ce ne sono per tutti i gusti. Esplicite ed implicite.

La prima che mi viene in mente, da cui potremmo far partire il nostro ragionamento, è la commissione sui profitti.

Questa è una commissione che ha anche senso, che può essere giustificata senza fare salti mortali.

Fai dei profitti ed io ti premio dividendo con te gestore parte di quei guadagni.

È un ottimo incentivo per il gestore che puo’ anche ricavare somme notevoli in questo modo.

Pensate ad un fondo di 200 milioni di euro che, in un anno, fa un profitto del 12 per cento, cioè di 24 milioni. Se la commissione sui risultati è del 10 per cento (un numero molto comune), ai gestori del portafoglio spettano 2 milioni e 400 mila euro.

Il resto va agli investitori.

Due milioni e rotti sono un ottimo incentivo per il gestore a fare bene. Certo, come vedremo più avanti, il metodo di calcolo di questo pagamento può essere girato e rigirato in mille modi, così che l’apparente equità del calcolo finisce per tingersi dei colori di una vaga presa per il culo.

Ne parleremo. Qui vogliamo solo elencare le commissioni più comuni.

Una seconda, classica, commissione è quella sulla gestione stessa del portafoglio.

Alle spalle di ogni fondo di investimento c’è tutta una struttura che dà lavoro a parecchie persone.

Non c’è solo chi gestisce il fondo. Questa è solo la punta visibile dell’iceberg.

I gestori, senza eccezioni, si credono divinità scese in terra a cui manca solo il potere di guarire i malati e far vedere i ciechi. Sembrano dimenticarsi che le loro attività di compravendita non sarebbero possibili senza tutta una serie di persone che fanno il lavoro sporco per loro.

Sistemi informatici, amministrazione e contabilità, questioni legali, manutenzione dell’edificio dove si svolge l’attività, venditori che cercano di piazzare i fondi a chiunque voglia investire, riscaldamento, elettricità, assicurazioni e, ovviamente, tasse.

Ci sono, insomma, tutta una serie di costi da sostenere e stipendi da pagare indipendentemente da come vada il mercato. Gli impiegati devono poter vivere anche negli anni di magra.

La commissione sulla gestione ci sta. Se uno non esagera.

Le commissioni, però, non finiscono qui.

Ce ne sono a bizzeffe al punto di intorbidire le acque e, nel torbido, si pesca bene.

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