I gestori capaci sono una seccatura

Un fiduciario che si rispetti non si accontenterà mai della sola commissione pensata per lui.

La commissione sui profitti? Tutta ai gestori? Non necessariamente.

L’ammontare di soldi che va nelle mie tasche, il pagamento finale che riceve la mia fiduciaria, non è stabilito da delle regole fisse ed insormontabili.

La cifra concordata è proprio questo: concordata. Scordatevi le regole ed i regolatori. Quello che mi viene pagato è la conseguenza di una negoziazione tra me e la proprietà della società che gestirà il denaro. In molti casi, forse la maggioranza, è un classico caso di “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Il settore finanziario è regolato come pochi. È un bene. Ci sono sempre buchi e scorciatoie da sfruttare.

Nulla di illegale. Come sempre, chi fa le regole prova a farle bene, poi le complica troppo ed ecco che appare il modo di ignorarle.

Ci sono situazioni dove chiedo ed ottengo una parte dei profitti e mi è capitato di negoziare contratti che mi garantiscono l’ottanta per cento della commissione di gestione.

Dipende.

Da cosa?

Non dalle regole, quelle si aggirano.

Dipende da chi siede dall’altra parte del tavolo.

Ammettiamo di avere a che fare con gestori capaci. Gente che ogni anno, invariabilmente, porta a casa i risultati migliori. Persone con i coglioni ed i controcoglioni.

Persone di questo genere, gente che conosce il suo mestiere e che ne trae profitto, non hanno veramente bisogno dei miei soldi. Gliene arrivano già a valanga da tutte le direzioni. A volte gliene arrivano così tanti che chiudono il fondo ad ulteriori investimenti.

Grazie signori: ne abbiamo abbastanza.

Diciamo che, essendo in fondo esseri civili, non mi sputerebbero in faccia, ma non sarebbero turbati se investissi le mie masse da qualche altra parte. Con questo genere di talenti c’è poco che la negoziazione possa fare. Giri i soldi sui loro fondi e quello che ti pagano lo consideri grasso che cola.

Il contratto tra il fondo e la fiduciaria viene definito con un paio di poste elettroniche per scambiare contatti e numeri di conto corrente. Nessun contatto personale. Anche se magari io vorrei vedere loro, loro non hanno bisogno di vedere me.

I gestori bravi sono una seccatura.

Con tutti gli altri, la maggioranza, si negozia.

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La commissione più bella

Di tutte le commissioni che un fondo può creare, quella più bella è quella che spetta a me.

Come si chiama? Il nome, è una formalità – quello che conta è la cifra che arriva sul mio conto – ma visto che avete chiesto…

Come per molte altre cose nel mondo finanziario, il nome di una commissione va dato in inglese. L’inglese ha il grande vantaggio di confondere le acque e di dare quel tocco in più. Questo costo sostenuto dal fondo – e incassato da gente come me – viene chiamato placing agent fee. Se preferite: commissione per quello che ci porta i soldi degli altri.

C’é chi storce al naso di fronte alla possibilità di pagare soldi a chi agisce come tramite tra l’investitore ed il fondo in cui egli investe. D’altra parte, si ragiona, questa persona è già retribuita dall’investitore. Perchè il risparmiatore/evasore deve pagare due commissioni per lo stesso investimento. A parte il fatto che l’investitore paga molto di più che due commissioni, io rispondo, in inglese: why not? Insomma, perché farti pagare una commissione, quando posso fartene pagare due o più?

C’é anche chi obietta che questo costo introduce un grave conflitto d’interesse per il fiduciario. Egli potrebbe essere interessato ad investire solo in quei fondi che gli garantiscono maggior introiti, invece che decidere in base al migliore interesse del cliente.

Nooooooo.

Ma quando mai?

Alcuni legislatori preferiscono non avere una commissione del genere e hanno provato a fare qualcosa a riguardo. Hanno provato ad abolirla.

È uno di quei casi dove il settore pubblico fa davvero tenerezza.

Per rimanere nello spirito anglosassone alla richiesta di abolire la comissione per i procacciatori, io rispondo: no problem.

Per usare un classico: fatta la legge, trovato l’inganno.

C’è una commissione di gestione dell’uno per cento ed una per il fiduciario dello 0,70% per cento e al legislatore non piace?

Al legislatore si obbedisce e, senza indugio, lo 0.70% scompare dai costi del fondo.

Non badate all’altra commissione che, nel frattempo, è salita dello 0.70%. È solo una coincidenza.

Che?

Vi aspettavata di pagare di meno?

E non state lì a lamentarvi. L’uno e settanta per cento non è neanche male. Un investitore si può ragionevolemte aspettare di pagare almeno (almeno) il 2 per cento del proprio capitale ogni anno in commissioni.

Voi direte: capiamo. La commissione tua è la migliore e non c’è verso che non ti venga pagata. Potevi almeno limitarti a parlare dei soldi che spettano a te, invece che entrare nel dettaglio di tutte quelle altre commissioni.

Beata ignoranza.

Pensate che quella per il fiduciario sia l’unica fetta che mi spetta?

In verità in verità vi dico che la commissione per il fiduciaro è solamente un minimo. I soldi veri che vengono pagati alla Spizzi o ad un’altra fiduciaria sono di solito di più.

Le commissioni non sono compartimenti fissi. Quello che è mio è mio e quello che è tuo è tuo.

Le commissioni sono come le camere stagne del Titanic. L’acqua può tranquillamente muoversi da una zona all’altra della nave.

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I fondi sono macchine per creare commissioni 2

Un fondo d’investimento è una macchina per commissioni.

Tutti vogliono trarne beneficio e tutti lo fanno.

Abbiamo menzionato la commissione sui risultati e quella sulla gestione. Se non vi sono familiari è, probabilmente, perché le avete viste con il loro nome in inglese. Ricordatevi: l’inglese fa figo e aiuta a confondere le acque e nelle acque torbide si pesca bene. Il nome in inglese delle due commissioni è performance e management fees. Con anche commissione scritto in inglese.

Ciapa.

Ci sono altri costi che devono essere coperti da commissioni.

È importante ricordarsi che, anche se chi gestisce il fondo decide cosa compare o vendere, nella stragrande maggiornaza dei casi non è il gestore stesso a occuparsi di acquisti e vendite. Le operazioni vengono fatte attraverso degli operatori autorizzati come le banche. Il fondo non detiene nemmeno i titoli presso di sè.

Non tutti possono custodire i titoli scambiati sul mercato. Sono necessarie le qualificazioni e le capacità di una banca.

Quello che fanno quasi tutte le società di gestione del risparmio è firmare un accordo con una banca – la banca depositaria – per occuparsi della custodia dei titoli e della gestione dei conti correnti. Una banca ha a disposizione una struttura molto complessa e molto regolata per registrare, verificare, confermare e validare tutto ciò che fa la società di gestione.

La banca depositaria, che non è un ente benefico, si prende la responsabilità legale per tutte queste attività. La depositara ha i suoi costi che deve coprire e ha i suoi azionisti che vogliono un profitto. I suoi servizi della depositaria non sono gratuiti e devono essere pagati. Ecco un’altra commissione.

Altre commissioni?

Ovvio!

Parliamo dei direttori. Ogni fondo deve essere dotato di direttori che prendano la responsabilità legale di quello che viene fatto. Sono quelli che ci mettono la faccia e la firma.

Notate che i direttori non devono necessariamente far parte della società di gestione. Per esempio, è normale che la banca depositaria abbia un suo dipendente come direttore.

Altrettanto spesso, l’avvocato della società farà anche da direttore. Il direttore in sé non deve fare tantissimo. Anzi: spesso fanno molto poco e si limitano a firmare ed approvare. Diciamo che l’unica cosa che controllano veramente è che il pezzo di carta su cui stanno per mettere il loro nome, non finisca per mandarli in galera.

In altre parole il loro mestiere consiste nel pararsi il culo. Per questo ottimo servizio che può prendere anche dalle 6 alle 10 ore in un anno, i direttori devono essere pagati generosamente. Non ho mai visto nessun direttore prendere meno di 20 mila franchi all’anno. Visto il pesantissimo monte ore, è molto comune che un direttore faccia lo stesso mestiere per più fondi che, a 20 mila franchi a botta, fa un bel vivere.

Il bel vivere del direttore viene pagato da un’altra commissione.

Ci sono poi le commissioni per i revisori dei conti. Di solito definite in inglese – of course – come auditor fee, che si traduce con: commissione per i revisori dei conti.

Ogni anno il fondo viene “controllato” da persone pagate dal fondo stesso per dire se i calcoli sono fatti bene. Ogni anno, la compagnia che gestisce il fondo deve rispondere ad una serie di domande che, nella sostanza, non cambiano mai. Tradizionalmente, si risponde con la solita montagna di carta. Il revisore contempla la montagna di carta, pensa “non ci sono cazzi” e taglia corto approvando con formule del tipo “non ho trovato niente che mi faccia pensare che forse qualcosa mi sia sfuggito e, per quel che questa frase pensata per pararmi il culo permette, direi che ci siamo. P.S: nel caso sbagliassi non è colpa mia.”

La richiesta di pagamento della fattura da parecchie migliaia di euro, invece, è molto più esplicita.

C’é poi la commissione piu’ interessante.

La più bella.

Certamente la più sexy.

Quella che va a me.

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I fondi sono macchine per creare commissioni

Un buon fondo di investimento è, senza ombra di dubbio, il miglior modo di investire i propri soldi. Con i moderni database, trovare un fondo decente non è nemmeno difficile.

La maggior parte di noi, attraverso il proprio conto corrente, ha accesso, via internet, a montagne di statistiche ed analisi messe a disposizione dalla banca presso la quale sono depositati i nostri risparmi.

Metteteli in ordine di profitto negli ultimi cinque anni e, quasi senza eccezioni, troverete un fondo adatto alle vostre esigenze.

Facile, giusto?

Purtroppo sì, è facile. Perché, quindi, non lo fanno tutti?

Non lo so, ma ne sono felice. Se tutti facessero così, io sarei senza lavoro ed i fondi peggiori verrebbero rapidamente eliminati dal mercato. Questo sarebbe un gran peccato, perché i fondi peggiori sono quelli che rendono di più ad un fiduciario.

Come mai?

Dobbiamo partire dal fatto che i fondi di investimento sono macchine per creare commissioni.

Di commissioni ce ne sono per tutti i gusti. Esplicite ed implicite.

La prima che mi viene in mente, da cui potremmo far partire il nostro ragionamento, è la commissione sui profitti.

Questa è una commissione che ha anche senso, che può essere giustificata senza fare salti mortali.

Fai dei profitti ed io ti premio dividendo con te gestore parte di quei guadagni.

È un ottimo incentivo per il gestore che puo’ anche ricavare somme notevoli in questo modo.

Pensate ad un fondo di 200 milioni di euro che, in un anno, fa un profitto del 12 per cento, cioè di 24 milioni. Se la commissione sui risultati è del 10 per cento (un numero molto comune), ai gestori del portafoglio spettano 2 milioni e 400 mila euro.

Il resto va agli investitori.

Due milioni e rotti sono un ottimo incentivo per il gestore a fare bene. Certo, come vedremo più avanti, il metodo di calcolo di questo pagamento può essere girato e rigirato in mille modi, così che l’apparente equità del calcolo finisce per tingersi dei colori di una vaga presa per il culo.

Ne parleremo. Qui vogliamo solo elencare le commissioni più comuni.

Una seconda, classica, commissione è quella sulla gestione stessa del portafoglio.

Alle spalle di ogni fondo di investimento c’è tutta una struttura che dà lavoro a parecchie persone.

Non c’è solo chi gestisce il fondo. Questa è solo la punta visibile dell’iceberg.

I gestori, senza eccezioni, si credono divinità scese in terra a cui manca solo il potere di guarire i malati e far vedere i ciechi. Sembrano dimenticarsi che le loro attività di compravendita non sarebbero possibili senza tutta una serie di persone che fanno il lavoro sporco per loro.

Sistemi informatici, amministrazione e contabilità, questioni legali, manutenzione dell’edificio dove si svolge l’attività, venditori che cercano di piazzare i fondi a chiunque voglia investire, riscaldamento, elettricità, assicurazioni e, ovviamente, tasse.

Ci sono, insomma, tutta una serie di costi da sostenere e stipendi da pagare indipendentemente da come vada il mercato. Gli impiegati devono poter vivere anche negli anni di magra.

La commissione sulla gestione ci sta. Se uno non esagera.

Le commissioni, però, non finiscono qui.

Ce ne sono a bizzeffe al punto di intorbidire le acque e, nel torbido, si pesca bene.

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L’ingrediente segreto per fare profitto

La Spizzi alloca i soldi dei propri clienti quasi esclusivamente in fondi d’investimento.

Lo facciamo perché in questo modo riusciamo a massimizzare il nostro profitto. Non ci sono altre motivazioni. Facciamo più soldi girando i soldi degli altri a gestori (meglio se non bravissimi) di fondi di investimento.

Il possibile guadagno che può fare il cliente è assolutamente secondario. Il cliente deve guadagnare quel minimo necessario per non farlo scappare. Tutto il resto deve venire a me.

Il metodo migliore è trovare il gestore che possa permettere alla Spizzi di fare il maggior profitto.

Un gestore che risponde a queste caratteristiche, come vedremo, non è un gestore bravissimo. Spesso, anzi, è scarsino.

Ovviamente, quello che finiamo per dire ai clienti è un po’ diverso.

La tiritera che usiamo per giustificare la nostra politica d’investimento è questa: “Un fondo garantisce una buona diversificazione… bla, bla, bla”, “anche un piccolo investimento dà accesso non ad un singolo titolo, ma, spesso, a centinaia… bla, bla, bla”.

Non fatevi ingannare dall’ironia sottostante. Il ragionamento ha delle basi solide, anche se poi non racconta tutta la verità sui fattori che ci fanno scegliere un fondo piuttosto che un altro.

La diversificazione è imprescindibile da ogni investimento che voi vogliate fare.

Voi, folli, potreste anche scegliere di investire in singole obbligazioni o azioni. Sbagliereste.

La cronaca è piena di storie che illustrano senza ombra di dubbio, perché questa sia una pessima idea.

La Parmalat fallisce e tutti, ma proprio tutti ci perdono soldi. Se i vostri risparmi erano tutti investiti in azioni Parmalat voi avete perso tutto.

Se le vostre azioni Parmalat erano una componente di un portafoglio dove pesavano il 3 per cento, voi avete perso il tre per cento.

Triste.

Ma non un dramma.

La stessa cosa puo’ succedere con le obbligazioni.

Pensate che le obbligazioni siano piu’ sicure? Dipende sempre da chi le emette.

Il governo Argentino è fallito in più occasioni: è un po’ un hobby per quel governo. C’è che gioca a golf e chi non paga i suoi debiti. I gusti sono gusti.

Esattamente come per le azioni Parmalat, se i vostri risparmi erano stati usati per comprare obbligazioni argentine, li avreste persi. Punto.

Avreste potuto versare tutte le lacrime amare di questo pianeta, ma i vostri soldi non sarebbero tornati o riapparsi per magia.

Se aveste investito in un fondo che compra obbligazioni da tutto il mondo avreste perso solo una frazione del vostro investimento.

La diversificazione è la cosa migliore che un fondo possa garantire.

Al di là di tutte le scemate che vengono scritte per cercare di vendere un fondo, la diversificazione è senza dubbio uno dei grandi pregi. Paradossalmente, non viene quasi mai menzionata. Questo perché la diversificazione serve a contenere le perdite, ma mette un freno anche ai possibili profitti. Nessun gestore che si rispetti menzionerebbe il fatto che sta mettendo dei freni ai vostri profitti, anche se è per il vostro bene.

Non sono palle. La diversificazione è fon-da-men-ta-le.

Questo fatto innegabile non può nascondere un secondo fatto altrettanto innegabile: noi non investiamo i vostri soldi per proteggere i vostri risparmi o per far fare soldi a voi.

Noi investiamo i vostri soldi per garantirci un profitto. Il modo in cui ci garantiamo questo profitto è attraverso le commissioni ed i fondi di investimento sono macchine per creare commissioni.

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Le quattro domande fondamentali per gestire i soldi degli altri

Come investire i soldi degli altri?

Un discorso onesto deve partire dall’ammontare di rischio che un cliente è disposto ad affrontare.

Il miglior modo di contenere il rischio passa attraverso la diversificazione: mai mettere tutte le uova nello stesso paniere.

Oltre alla diversificazione, si devono considerare le situazioni contingenti. Investire nell’Italia di Salvini e Dimaio, probabilmente non è una buona idea. Meglio aspettare che rovinino l’economia e comprare a prezzi più bassi.

Queste e tante altre sono tutte considerazioni valide che chiunque sta considerando un investimento dovrebbe tenere presente.

Tenere conto di tutto è impossibile, anche per i più esperti. Un imprevisto può scombussolare i piani pensati dagli esperti. Per uno che esperto non è, poi, c’è sempre il rischio di perdersi in un labirinto di domande senza una facile risposta.

Bisogna saper riconoscere i propri limiti. Se non si capisce in cosa si sta investendo, è meglio non metterci i propri soldi.

Bisogna essere onesti con se stessi. Si deve avere molto chiaro in testa quelli che sono gli obiettivi.

La domanda fondamentale per un fiduciario è: cosa si vuole ottenere investendo i soldi degli altri?

Personalmente, preferisco tenere le cose semplici.

Negli anni, un po’ come per tutti i miei colleghi, il mio metodo per investire i soldi degli altri (i vostri soldi) si è concretizzato intorno a quattro semplice domande.

A queste domande io devo essere in grado di rispondere in modo chiaro. Non ci devono essere dubbi.

Ogni volta che mi trovo di fronte ad una possibile decisione di investimento mi impongo di rispondere alle miee quattro domande.

Senza eccezioni.

Bisogna essere molto disciplinati quando si investono i soldi degli altri.

Le quattro domande sono:

  1. Io quanto ci guadagno?

  2. Io quanto ci guadagno?

  3. Io quanto ci guadagno?

  4. Il cliente quanto ci guadagna?

Uno potrebbe aggiungere una postilla a queste quattro condizioni: siamo sicuri che, se guardiamo un po’ più a fondo la Spizzi non riesca a guadagnarci ancora un po’.

La Spizzi alloca i soldi dei propri clienti quasi esclusivamente in fondi d’investimento con lo scopo di massimizzare il proprio guadagno. Quello del cliente è secondario. Un minimo bisognerà darglielo.

L’arte del fiduciario sta nel capire dove si trova quel minino. Se il cliente non guadagna abbastanza, potrebbe anche andarsene. Se guadagna oltre quel minino, il profitto della fiduciaria potrebbe risentirne.

Il guadagno del cliente deve essere vincolato dal guadagna della Spizzi. Il cliente non può fare soldi (con i suoi soldi) a spese mie.

Ci mancherebbe.

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Gestire i soldi degli altri

Complimenti!

Avete fatto il vostro lavoro. Avete messo in piedi la vostra fiduciaria. Vi siete procurati i clienti.

Stupendamente, questi clienti vi hanno girato un ammontare di denaro non indifferente.

E adesso?

Che si fa?

Dove mettiamo tutti quei soldi?

Quali sono i criteri a cui far riferimento per far fruttare tutto quel po’ po’ di ricchezza non nostra.

Come trattiamo i soldi degli altri?

Alcuni punti sono chiari:

1. I nostri clienti ci pagano per tenere nascosti i loro denari dal fisco. Questa è, non bisogna mai scordalo, la loro motivazione principale. È la cosa che bisogna sempre ricordare: i nostri clienti sono, in buona sostanza, dei criminali e non vogliono farsi prendere dalle autorità costituite.

2. Ai clienti non dispiacerebbe avere un rendimento, anzi gli farebbe parecchio piacere. Dal loro punto di vista, lo Stato a cui hanno sottratto le tasse non deve essere solo cornuto, ma anche mazziato.

Assolto il problema uno (nascondere il denaro), rimane il problema due: dove investire.

Il mondo è pieno di teorie, suggerimenti, metodi che NON possono fallire sul come ottenere il massimo rendimento dai propri investimenti.

Esistono migliaia e migliaia di pubblicazioni generose nel dispensare istruzioni sul cosa fare sul come farlo.

Grandi e piccoli quotidiani non rinunciano mai ad un qualche articolo dove suggeriscono ai loro lettori il modo migliore di investire i loro risparmi.

Di fronte a tutti questi consigli generosi e gratuiti, uno può sempre chiedersi come mai questi geni della finanza non mettono mai in pratica i loro metodi, non diventino mai super milionari e non la piantino di pubblicare suggerimenti inutili.

La verità è che, se esiste una verità nei metodi per fare profitti sui mercati finanziari, è che quando una persona od una società ne ha scoperto uno, se lo tiene ben segreto e lo usa finché altri si rendono conto di quello che sta facendo e lo cominciano a copiare.

Potete stare certi che quei metodi che funzionano, che veramente rendono del denaro, non li troverete disponibili gratuitamente su internet o da quache altra parte.

Nel miglior dei casi troverete suggerimenti, punti da considerare.

Nessuno pubblicherà mai i dettagli tecnici sul cosa e come fare. Quei particolari non sono disponibili. Se cercate un manuale per fare soldi, smettete adesso: non esiste.

Non si tratta solo di comprare questa azione piuttosto che questa obbligazione e aspettare che i soldi comincino a pioverci addosso. Si tratta di capire cosa comprare, quanto comprare, quando comprare, per quanto tenererlo, cosa osservare per decidere quando vendere. Tutta una serie di domande la cui risposta è tutt’altro che evidente.

Non bisogna poi dimenticare una costante del mondo finanziario: maggior rendimento significa maggior rischio. Il prezzo di un grande profitto potenziale è una maggiore probabilità di perdere soldi.

Come si procede quando si è responsabili dei soldi degli altri. È una domanda che tutti i fiduciari si pongono. Paradossalmente, ci diamo tutti la stessa risposta.

Ne parleremo.

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I primi clienti della Spizzi

Ci sono situazione dove l’idea di un imprenditore è così buona, così in armonia con i tempi che i clienti vengono da soli. È come se stessero solo aspettando che qualcuno, finalmente, si decidesse ad offrire quel servizio. Facebook? Un prodotto che pesca nella nostra naturale vanità, nel bisogno di far sapere agli altri quanto siamo belli e felici. Geniale.

Il mio settore di competenza è diverso: ha a che fare con i soldi degli altri.

Procurarsi i clienti è più complicato. Richiede più tempo. Nel mio caso richiede anche discrezione.

La prima cosa di cui preoccuparsi quando si apre una fiduciaria é quindi: dove trovo i miei clienti. Nel mio caso la risposta mi stava di fronte al naso: “Rubali al tuo datore di lavoro”, cioé sposta la loro alleanza da Ambrosetti alla Spizzi.

Non è qualcosa che succede da un giorno all’altro.

La verità è che tutti noi, quando abbiamo a che fare con i nostri soldi e cominciamo a giocare con l’idea di investirli da qualche parte, tendiamo ad essere relativamente pigri.

Ci abituiamo alla nostra banca, per esempio. Anche se altre banche offrono condizioni migliori, è molto difficile che il cliente medio sposti il suo denaro.

Nei casi più comuni, il non muoversi è ragionevole. Spesso, spostare i propri risparmi da un posto all’altro, finanziariamente, non fa molto differenza.

Se il vostro portafoglio è composto da un conto corrente e magari un paio di buoni del tesoro, essere con la banca X, piuttosto che con la banca Y non crea grandi scompigli. Magari finite per risparmiare 30 euro in un anno. Trenta caffè.

Chi se ne frega.

Finché si tratta di una manciata di euro, questa inerzia non è un problema. La faccenda diventa seria quando il non fare nulla può portare a situazioni più gravi.

La banca sta per affondare? L’acqua deve aver passato il ponte più alto per spingerci a muoverci.

Qualcosa di simili succede anche con le fiduciarie.

Il cliente si affeziona al suo fiduciario. Letterlamente: si fida e gli racconta i fatti suoi.

Quando poi il cliente ha la coscienza vagamente sporca, perchè ha fatto il monello con la sua dichiarazione delle tasse, questo attaccamento diventa ancora più forte. Perché spostarmi da un’altra parte, quando questo fiduciario ha tenuto nascoste le mi marachelle così bene?

Il legame che si forma tra fiduciario e cliente è molto molto difficile da rompere.

Così, mano a mano che Ambrosetti mi lasciava maggior spazio ed autonomia con i suoi clienti, io spostavo la loro fiducia da lui verso me.

Tre anni di “spostamenti”.

Quando tutte le pratiche per la nuova fiduciaria erano pronte, io, la mia clientela, l’avevo già.

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Il cuore di un imprenditore

Immagino sia passato per la testa di tutti prima o poi: voglio mettermi in proprio.

Uno ha un’idea brillante o è stufo di avere un capo sulla testa.

Ci pensiamo in tanti. A volte per anni.

Bisogna soppesare i rischi. Si devono valutare i possibili benefici.

Di sicuro si deve avere una buona idea sul come funziona il mercato dove ci si vuole farsi un nome. Se il mercato non esiste ancora, ci si deve chiedere se il nostro progetto funzionerà.

Iniziare da soli? O con qualche impiegato?

Dove lo metto l’ufficio? Certamente in centro è più prestigioso, ma è anche molto più costoso.

Ufficio grande o ufficio piccolo?

Come lo arredo?

Che tipo di clienti avrò? E dove li trovo?

Come li mantengo fedeli alla mia impresa?

Sono domande che tutti i potenziali imprenditori si fanno.

Chi mette in piedi un’azienda, però, un po’ per natura un po’ per spavalderia, è un ottimista.

Vede di fronte a sé una soluzione a tutti i problemi.

Nel suo cuore sa che strada dovrà percorrere per rispondere a tutte quelle domande: ha un piano.

Un po’ come in guerra, molti piani falliscono di fronte alla dura realtà di un combattimento.

Perdere una battaglia non significa perdere la guerra. Dai propri errori si impara. Se non è disastrosa, anche le sconfitte sono utili. I piani si possono adattare e migliorare.

Se l’idea alla base è buona, se c’é qualcosa che si puo’ effettivamente vendere, alla fine qualcosa ne verrà fuori.

Il lavoro puo’ essere duro e pieno di ostacoli, ma è la proprio idea a cui si sta lavorando.

Si è il capo di se stessi.

Solo questo fatto, quello di non dover rispondere ad un capo, può essere una sensazione esilarante. Si passano molte molte ore al giorno a lavorare alla realizzazione del proprio sogno e non ci si annoia mai. Non c’è ombra di routine.

Per quella che é stata la mia esperienza personale, posso dire che le molte ore di lavoro non pesano piu’ di tanto.

Mettere in piedi un’impresa é qualcosa di eccitante.

Un po’ come essere un adolescente che corteggia la ragazza che gli piace da morire. Il cuore batte, l’adrenalina gira, le energie sembrano infinite.

Non si pensa nemmeno un po’ a quando tutto questo diventerà il solito tran tran che, sì, adesso funziona e porta a casa un buon profitto, ma non ti dà più quella sensazione dei primi passi. Non si ha ancora idea che si giungerà ad un certo momento dove stare a casa a vedere crescere i figli prima che sia troppo tardi, diventa più importante che passare qualche extra ora in ufficio. Quel momento è ancora lontano.

Messa in piedi l’azienda, si lavora sulla clientela. C’è chi parte estremamente fiducioso: “se metti in piedi la cosa, i clienti arriveranno”.

A volte funziona.

A volte no.

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