I gestori capaci sono una seccatura

Un fiduciario che si rispetti non si accontenterà mai della sola commissione pensata per lui.

La commissione sui profitti? Tutta ai gestori? Non necessariamente.

L’ammontare di soldi che va nelle mie tasche, il pagamento finale che riceve la mia fiduciaria, non è stabilito da delle regole fisse ed insormontabili.

La cifra concordata è proprio questo: concordata. Scordatevi le regole ed i regolatori. Quello che mi viene pagato è la conseguenza di una negoziazione tra me e la proprietà della società che gestirà il denaro. In molti casi, forse la maggioranza, è un classico caso di “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Il settore finanziario è regolato come pochi. È un bene. Ci sono sempre buchi e scorciatoie da sfruttare.

Nulla di illegale. Come sempre, chi fa le regole prova a farle bene, poi le complica troppo ed ecco che appare il modo di ignorarle.

Ci sono situazioni dove chiedo ed ottengo una parte dei profitti e mi è capitato di negoziare contratti che mi garantiscono l’ottanta per cento della commissione di gestione.

Dipende.

Da cosa?

Non dalle regole, quelle si aggirano.

Dipende da chi siede dall’altra parte del tavolo.

Ammettiamo di avere a che fare con gestori capaci. Gente che ogni anno, invariabilmente, porta a casa i risultati migliori. Persone con i coglioni ed i controcoglioni.

Persone di questo genere, gente che conosce il suo mestiere e che ne trae profitto, non hanno veramente bisogno dei miei soldi. Gliene arrivano già a valanga da tutte le direzioni. A volte gliene arrivano così tanti che chiudono il fondo ad ulteriori investimenti.

Grazie signori: ne abbiamo abbastanza.

Diciamo che, essendo in fondo esseri civili, non mi sputerebbero in faccia, ma non sarebbero turbati se investissi le mie masse da qualche altra parte. Con questo genere di talenti c’è poco che la negoziazione possa fare. Giri i soldi sui loro fondi e quello che ti pagano lo consideri grasso che cola.

Il contratto tra il fondo e la fiduciaria viene definito con un paio di poste elettroniche per scambiare contatti e numeri di conto corrente. Nessun contatto personale. Anche se magari io vorrei vedere loro, loro non hanno bisogno di vedere me.

I gestori bravi sono una seccatura.

Con tutti gli altri, la maggioranza, si negozia.

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I fondi sono macchine per creare commissioni 2

Un fondo d’investimento è una macchina per commissioni.

Tutti vogliono trarne beneficio e tutti lo fanno.

Abbiamo menzionato la commissione sui risultati e quella sulla gestione. Se non vi sono familiari è, probabilmente, perché le avete viste con il loro nome in inglese. Ricordatevi: l’inglese fa figo e aiuta a confondere le acque e nelle acque torbide si pesca bene. Il nome in inglese delle due commissioni è performance e management fees. Con anche commissione scritto in inglese.

Ciapa.

Ci sono altri costi che devono essere coperti da commissioni.

È importante ricordarsi che, anche se chi gestisce il fondo decide cosa compare o vendere, nella stragrande maggiornaza dei casi non è il gestore stesso a occuparsi di acquisti e vendite. Le operazioni vengono fatte attraverso degli operatori autorizzati come le banche. Il fondo non detiene nemmeno i titoli presso di sè.

Non tutti possono custodire i titoli scambiati sul mercato. Sono necessarie le qualificazioni e le capacità di una banca.

Quello che fanno quasi tutte le società di gestione del risparmio è firmare un accordo con una banca – la banca depositaria – per occuparsi della custodia dei titoli e della gestione dei conti correnti. Una banca ha a disposizione una struttura molto complessa e molto regolata per registrare, verificare, confermare e validare tutto ciò che fa la società di gestione.

La banca depositaria, che non è un ente benefico, si prende la responsabilità legale per tutte queste attività. La depositara ha i suoi costi che deve coprire e ha i suoi azionisti che vogliono un profitto. I suoi servizi della depositaria non sono gratuiti e devono essere pagati. Ecco un’altra commissione.

Altre commissioni?

Ovvio!

Parliamo dei direttori. Ogni fondo deve essere dotato di direttori che prendano la responsabilità legale di quello che viene fatto. Sono quelli che ci mettono la faccia e la firma.

Notate che i direttori non devono necessariamente far parte della società di gestione. Per esempio, è normale che la banca depositaria abbia un suo dipendente come direttore.

Altrettanto spesso, l’avvocato della società farà anche da direttore. Il direttore in sé non deve fare tantissimo. Anzi: spesso fanno molto poco e si limitano a firmare ed approvare. Diciamo che l’unica cosa che controllano veramente è che il pezzo di carta su cui stanno per mettere il loro nome, non finisca per mandarli in galera.

In altre parole il loro mestiere consiste nel pararsi il culo. Per questo ottimo servizio che può prendere anche dalle 6 alle 10 ore in un anno, i direttori devono essere pagati generosamente. Non ho mai visto nessun direttore prendere meno di 20 mila franchi all’anno. Visto il pesantissimo monte ore, è molto comune che un direttore faccia lo stesso mestiere per più fondi che, a 20 mila franchi a botta, fa un bel vivere.

Il bel vivere del direttore viene pagato da un’altra commissione.

Ci sono poi le commissioni per i revisori dei conti. Di solito definite in inglese – of course – come auditor fee, che si traduce con: commissione per i revisori dei conti.

Ogni anno il fondo viene “controllato” da persone pagate dal fondo stesso per dire se i calcoli sono fatti bene. Ogni anno, la compagnia che gestisce il fondo deve rispondere ad una serie di domande che, nella sostanza, non cambiano mai. Tradizionalmente, si risponde con la solita montagna di carta. Il revisore contempla la montagna di carta, pensa “non ci sono cazzi” e taglia corto approvando con formule del tipo “non ho trovato niente che mi faccia pensare che forse qualcosa mi sia sfuggito e, per quel che questa frase pensata per pararmi il culo permette, direi che ci siamo. P.S: nel caso sbagliassi non è colpa mia.”

La richiesta di pagamento della fattura da parecchie migliaia di euro, invece, è molto più esplicita.

C’é poi la commissione piu’ interessante.

La più bella.

Certamente la più sexy.

Quella che va a me.

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I fondi sono macchine per creare commissioni

Un buon fondo di investimento è, senza ombra di dubbio, il miglior modo di investire i propri soldi. Con i moderni database, trovare un fondo decente non è nemmeno difficile.

La maggior parte di noi, attraverso il proprio conto corrente, ha accesso, via internet, a montagne di statistiche ed analisi messe a disposizione dalla banca presso la quale sono depositati i nostri risparmi.

Metteteli in ordine di profitto negli ultimi cinque anni e, quasi senza eccezioni, troverete un fondo adatto alle vostre esigenze.

Facile, giusto?

Purtroppo sì, è facile. Perché, quindi, non lo fanno tutti?

Non lo so, ma ne sono felice. Se tutti facessero così, io sarei senza lavoro ed i fondi peggiori verrebbero rapidamente eliminati dal mercato. Questo sarebbe un gran peccato, perché i fondi peggiori sono quelli che rendono di più ad un fiduciario.

Come mai?

Dobbiamo partire dal fatto che i fondi di investimento sono macchine per creare commissioni.

Di commissioni ce ne sono per tutti i gusti. Esplicite ed implicite.

La prima che mi viene in mente, da cui potremmo far partire il nostro ragionamento, è la commissione sui profitti.

Questa è una commissione che ha anche senso, che può essere giustificata senza fare salti mortali.

Fai dei profitti ed io ti premio dividendo con te gestore parte di quei guadagni.

È un ottimo incentivo per il gestore che puo’ anche ricavare somme notevoli in questo modo.

Pensate ad un fondo di 200 milioni di euro che, in un anno, fa un profitto del 12 per cento, cioè di 24 milioni. Se la commissione sui risultati è del 10 per cento (un numero molto comune), ai gestori del portafoglio spettano 2 milioni e 400 mila euro.

Il resto va agli investitori.

Due milioni e rotti sono un ottimo incentivo per il gestore a fare bene. Certo, come vedremo più avanti, il metodo di calcolo di questo pagamento può essere girato e rigirato in mille modi, così che l’apparente equità del calcolo finisce per tingersi dei colori di una vaga presa per il culo.

Ne parleremo. Qui vogliamo solo elencare le commissioni più comuni.

Una seconda, classica, commissione è quella sulla gestione stessa del portafoglio.

Alle spalle di ogni fondo di investimento c’è tutta una struttura che dà lavoro a parecchie persone.

Non c’è solo chi gestisce il fondo. Questa è solo la punta visibile dell’iceberg.

I gestori, senza eccezioni, si credono divinità scese in terra a cui manca solo il potere di guarire i malati e far vedere i ciechi. Sembrano dimenticarsi che le loro attività di compravendita non sarebbero possibili senza tutta una serie di persone che fanno il lavoro sporco per loro.

Sistemi informatici, amministrazione e contabilità, questioni legali, manutenzione dell’edificio dove si svolge l’attività, venditori che cercano di piazzare i fondi a chiunque voglia investire, riscaldamento, elettricità, assicurazioni e, ovviamente, tasse.

Ci sono, insomma, tutta una serie di costi da sostenere e stipendi da pagare indipendentemente da come vada il mercato. Gli impiegati devono poter vivere anche negli anni di magra.

La commissione sulla gestione ci sta. Se uno non esagera.

Le commissioni, però, non finiscono qui.

Ce ne sono a bizzeffe al punto di intorbidire le acque e, nel torbido, si pesca bene.

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Come investire i soldi degli altri

Stabilità e discrezione.

Sono due grandi qualità che un qualsiasi direttore di fondo puo’ e deve apprezzare.

La stabilità gli garantisce che i soldi investiti presso il suo fondo rimarranno lí per un po’. Questo lo aiuta a gestire la cassa e la composizione del portafoglio. Se so che l’investitore non scapperà, posso investire in titoli magari meno liquidi (quindi più difficili da rivendere sul mercato) ma più redditizzi.

Non c’è bisogno di soffermarsi sull’importanza della discrezione.

Una fiduciaria puo’ garantire entrambe le cose.

Per un prezzo.

Tranquilli: è negoziabile.

Ambrosetti era un grande delle negoziazioni. Per quel che è la mia esperienza personale: il piu’ grande. Avrebbero dovuto fargli una statua.

Su cosa si negozia? Sulla spartizione dei pani e dei pesci ovviamente. Chi si attribuisce quale commissione e in quale percentuale.

Un fondo genera almeno una dozzina di commissioni diverse. Ce n’è per tutti i gusti e, voglio assicurare i miei cinque o sei lettori, ne parleremo a lungo più avanti. Qui, basta soffermarsi sul fatto che per chi gestisce un fondo, principalmente, due sono le commissioni che generano la maggior parte del suo profitto: quella di gestione e quella sui profitti.

Come ho detto, ce ne sono parecchie altre, ma la maggior parte del denaro viene da quelle due.

Teoricamente il fiduciario dovrebbe ricevere una commissione a sè stante, calcolata sugli investimenti, le masse, il denaro che porta in un certo fondo.

Quindi, se io fiduciario sposto 100 mila euro di soldi di un mio cliente su un certo fondo, mi spettano delle commissioni. Ci sta. Ha senso.

Teoricamente dovrei anche accontentarmi di quelle commissioni.

Teoricamente.

Il fiduciario, però, è soprattutto un uomo pratico. Soprattutto quando si parla di soldi.

È il classico caso dove la teoria viene lasciata ai legislatori. Lasciategli scriveri articoli solenni e giusti. L’importante è che siano facilmente aggirabili.

È chiaro, persino intuitivo, che nessuno si accontenterà di avere solo una commissione, quando ne sono a disposizioni altre. Tutti cercheranno sempre di tirare più acqua possibile al proprio mulino. È così che faccio il mio profitto. Non mi potete biasimare.

Quando gestore e fiduciario si incontrano, un po’ di tira e molla sulla commissione di gestione è dato per scontato. Persino atteso.

Pensate a quei mercati rionali sempre più rari dove un certo ammontare di discussioni sul prezzo è atteso e pure gradito.

Fiduciari e gestori sono protettori di un’arte, quella del negoziato, che va scomparendo. Dovrebbero darci una medaglia.

In altre parole io, per aprire le borse dei miei clienti, chiedo di essere pagato di più.

Il metodo consueto consiste nel prendermi la mia solita commissione a cui aggiungo una percentuale della commissioni di gestione. Il legislatore non approva accordi del genere, quindi si cerca sempre un qualche escamotage. Gattopardescamente, la forma cambia, il risultato no.

Maggiore la percentuale della mia commissione, maggiore la mia felicità, più consistenti le masse che io investo in un fondo. L’equazione é molto semplice: più vengo pagato, piu’ investo i soldi dei miei clienti: i vostri soldi.

Notate come la bontà del fondo (quanto rende) non entra nemmeno nella discussione.

Se i fondi non sono proprio i migliori sul mercato, se non rendono tantissimo, se sono vagamente oscuri nelle loro politiche di investimento, se il gruppo di gestori è, ad essere generosi, mediocre… non è un problema. Anzi…

Se un fondo è profittevole, la maggior parte di questo guadagno andrà all’investitore, cioé al mio cliente, ed al gestore del fondo stesso. A me viene solo una piccolissima parte. La componente principale delle mie decisioni di investimento dei soldi degli altri è cosa ci guadagno io. Che, se ci pensate, è anche il metodo che preferisco seguire quando investo i miei soldi personali. Ci devo guadagnare sempre io, indipendentemente da chi sia il proprietario effettivo del denaro. È tutto molto coerente.

Per riassumere:

1. di quel che guadagnano i miei clienti mi interesso relativamente.

2. Se il fondo mi paga bene e porta pure a casa pure dei risultati, siamo tutti felici.

3. Se il fondo non rende molto ai cliente, ma paga extra commissioni, va bene lo stesso, perché io sono felice.

4. L’importante è che io sia felice.

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Il rapporto simbiotico tra fondi e fiduciari

Quando si devono investire i soldi dei propri clienti, un fiduciario non guarda necessariamente ai fondi di investimento con un buon rendimento.

I frutti dell’evasione fiscale altrui devono, prima di tutto, garantire un buon profitto al fiduciario e alla sua impresa.

Ambrosetti non investiva quasi mai in fondi che rendevano.

Fondi che creano profitti per i propri investitori, tendono a rendere meno alla fiduciaria. Gestori capaci vuol dire anche gestori che non sono disposti a negoziare sulla ripartizione dei pani e dei pesci.

Un fiduciario che si rispetti, preferisce avere a che fare con gestori con i quali è in grado di negoziare.

Tra fiduciari e gestori, soprattutto gestori mediocri, esiste un legame simbiotico costruito intorno alla raccolta di capitali. Ad un piccolo gestore risulta difficile se non ostico raccogliere grandi quantità di capitale.

Chi gestisce piccole quantità di capitale non è conosciuto da molti.

Di solito dei piccoli gestori non ci si fida. Gli manca un marchio di fabbrica. È un po’ come essere in una città forestiera in un paese forestiero. Si finisce per mangiare da McDonald. Non ci si fida dello strano, apparentemente sporco, ristorante locale.

Molte banche non cominciano ad investire in un determinato fondo che non sia loro, fino a quando questo non raggiunge almeno i 100 milioni di euro di masse, cioè fino a quando non si è fatto un nome e costruito una reputazione.

Dovesse poi raggiungere la fatidica soglia dei 100 milioni, non è detto che la valanga di soldi che una banca potrebbe girare sul suo fondo, vada completamente a genio a chi si occupa del fondo.

Intendiamoci, un gestore non si strapperebbe le vesti e sputerebbe in faccia all’intermediario della banca, ma un investitore che diventa troppo importante per il fondo, troppo preponderante, potrebbe portare a dei problemi.

Immaginatevi di avere un’impresa che dipende quasi esclusivamente da un solo cliente. Pensate ad una una piccola azienda che fornisce un circuito elettrico alla FIAT e solo alla FIAT. Se la FIAT cambia fornitore o circuito, la piccola impresa è rovinata.

Situazioni simili (con conseguenze simili) possono succedere anche nel mondo della gestione dei fondi.

Se la maggior parte dei tuoi soldi arrivano da un’unica fonte, dipendi interamente dagli umori di quella fonte. Un lavoratore dipendente si trova in una situazione molto simile. La sua fonte di reddito non è diversificata. Dipende interamente dal suo datore di lavoro. Se la compagnia per cui lavora affonda improvvisamente, anche il dipendente rischia di affondare (se non trova un altro posto di lavoro alla svelta).

Se il vostro fondo di gestione dipende per la raccolta del denaro da una fonte principale, voi ed il vostro fondo siete nella mani di questa fonte.

In una banca gli umori possono cambiare a seconda di chi prende le decisioni d’investimento. Le banche hanno spesso migliaia di dipendenti. Questi dipendenti fanno carriere. Almeno alcuni. Il fatto rimane che la gente cambia posizione, cambia lavoro. Quella persona che aveva messo 100 milioni sul tuo fondo, adesso fa un’altra cosa. La nuova persona che si occupa del tuo fondo è molto simpatica e molto gentile, ma ha idee diverse sul come usare quei soldi che voi stavate gestendo. Da un giorno all’altro, ritira tutti i soldi.

Improvvisamente il piccolo gestore, che fino ad un momento prima nuotava in un mare di soldi, si trova a nuotare in un mare di merda.

Noi fiduciari siamo tutta un’altra cosa. Non siamo banche. Non siamo i pesi massimi del quartiere. Siamo spesso gente del posto, quelli che incontri al bar, quelli con cui discuti di figli. I gestori della zona li conosciamo da anni. Ne apprezziamo le qualità (o la loro mancanza di qualità) e siamo consapevoli dei loro difetti.

È vero: non siamo in grado di muovere tutti quei soldi che una banca puo’ tirare fuori, ma possiamo garantire una certa stabilità.

Se decidiamo di spostare dei capitali sul vostro fondo, potete stare sicuri che quel denaro rimarrà li’ per periodi anche molto lunghi. Se, malauguratamente, ci trovassimo nella condizione di dover ritirare il nostro investimento, vi avvertiremmo con un certo anticipo.

Niente sorprese. Si dà a tutti il tempo di adattarsi alla nuova situazione.

In più, a parte in alcuni casi, certamente non desideriamo possedere un intero fondo. Ci piace la diversificazione. I soldi dei nostri clienti li mettiamo un po’ qui ed un po’ la. Non siamo molto ingombranti.

Non siamo rumorosi.

Potreste riassumere il rapporto di una fiduciaria con un fondo in due parole: stabilità e discrezione.

Queste cose hanno un prezzo.

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Ambrosetti e le descrizioni dei fondi d’investimento

Per scegliere dove investire i propri soldi, alcuni si affidano non solo ai numeri, ma anche alle parole.

Accanto alle tabelle che riportano risultati ottenuti e capitali gestiti – le uniche cose che dovreste guardare – il gestore del fondo d’investimento affianca sempre una descrizione più o meno lunga di quelle che sono le politiche d’investimento del portafoglio.

Si tratta di capolavori di sintesi e di acume finanziario.

Esistono capolavori del genere: “Il fondo ABC è un fondo dinamico incorporato in Lussemburgo che investe dinamicamente in mercati di frontiera”.

Eh?

Oppure: “SuperMegaFondo é un fondo investimenti registrato in Lussemburgo. L’obiettivo del fondo é la crescita del capitale e del reddito.”

E vai! Come se uno si aspettasse che il suo obiettivo fosse la perdita di denaro.

Ambrosetti aveva delle opinioni molto chiare a riguardo, Quando parlava, se ne parlava, di queste veloci descrizioni preferiva rifugiarsi nel linguaggio tecnico: “Masturbazioni mentali.”

E’ roba che non guardo nemmeno. Specchietti per le allodole. O per chi si vuole riempire la bocca con sciozzecche finto tecniche. Queste sono spesso cose scritte dal gestore per soddisfare il suo enorme ego o per ingannare l’investitore o per ottenere entrambe le cose.”

Molti fondi pubblicano la lista dei 5 titoli con maggior peso. Dei primi 5 titoli del portafoglio non potrebbe fregarmene di meno. Magari il portafoglio ha cinquecento posizioni. Cosa vuoi che mi importi delle primi cinque.”

Una cosa che va per la maggiore, nei bollettini mensili prodotti dai gestori di fondi, è la pagina del commento.

Il gestore spiega all’investitore che cosa è successo al fondo.

L’utilità del commento è spesso nulla. Mi rendo conto che un gestore debba dare sfogo al suo ego e quindi ha un bisogno fisico di dire qualcosa. Sono disposto a tollerare lo spreco di inchiostro, ma non sono disposto a leggere quella roba.

Ambrosetti, ogni tanto, li leggeva e si incazzava: “Le spiegazioni sul perchè e percome il portafoglio è andato in una direzione piuttosto che nell’altra, sono sempre cose scritte con il senno di poi. Se la carta da stampante non fosse cosi’ dura, mi farei una copia di tutto quel blaterare da usare come carta igienica. Tre soli criteri: almeno 5 anni di vita, cosa ha combinato in quei cinque anni e quanti soldi gestisce.”

Questo – specificava – per quel che riguarda i miei soldi personali”.

Quando aveva che fare con la sua clientela, l’approccio era leggertemente diverso.

Ne cominciamo a parlare la prossima volta.

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Come investire i PROPRI soldi

Come scegliere un portafoglio per i propri denari.

Ambrosetti metteva sullo stesso piano stelle del cinema e gestori capaci.

Un portafoglio di titoli scelto da un gruppo di gestori capaci e pieni di talento rende soldi. Spesso e volentieri parecchi soldi.

Il gestore che è in grado di creare profitto per sé e per altri non è molto diverso da un attore che ha appena portato a casa il premio Oscar: attrae denaro.

Attrae grandi quantità di denaro.

È naturale, a pensarci bene. Se dandoti il mio denaro tu sei in grado di farne cresce il valore in modo che alla fine io abbia piu’ denaro… beh: ecco qui i miei soldi.

Il gestore che sa quello che fa non ha bisogno di farsi pubblicità. I suoi risultati sono il miglior mezzo di comunicazione.

Quindi – diceva Ambrosetti – quando scegli dove mettere i tuoi soldi (non quelli dei tuoi clienti) scegli dei fondi di investimento che hanno almeno cinque anni di storia e osserva con attenzione quello che è successo in questi cinque anni.

La prima cosa che guardo quando voglio investire da qualche parte il MIO denaro è come si è comportato un fondo negli ultimi cinque anni. Se non è attivo da almeno cinque anni non lo guardo nemmeno.”

Dibatteva poi sul fatto che, sì lo sappiamo tutti, buoni risultati nel passato non si traducono necessariamente in buoni risultati nel futuro.

È qualcosa che viene ricordato anche i tutti i prospetti e persino nelle pubblicità in televisione. È un modo testato per pararsi il culo: non lamentarti se poi perdi soldi. La vita è piena di alti e bassi. A volte si vince, a volte si perde. La vita è fatta a scale. Bla, bla bla.

Diamo per scontato che anche il migliore dei gestori non può nulla contro un mercato che ha deciso che il suicidio è la politica da seguire. In quell’anno tutti perderanno qualcosa. Quelli che non lo faranno si daranno un sacco d’arie. La realtà è che hanno solo avuto culo.

La bravura del gestore la si vede nella sua costanza nel battere il mercato. Se negli ultimi cinque anni un fondo ha sempre fatto un po’ più del mercato e, negli anni bui, ha perso un po’ meno del mercato, allora è un fondo da considerare per i propri soldi.

La storia degli ultimi cinque anni ti dice quindi moltissimo ed è indicativa di quello che succederà nei prossimi anni. Ti dice come, con molta probabilità, il fondo si comporterà rispetto al mercato: nel bene e nel male sempre un po’ meglio.

Il passato di un fondo ti dice molto su chi è alla guida del fondo.

Se il tuo fondo è sempre un passo avanti rispetto agli altri, una ragione c’è e non è la fortuna.

Ambrosetti non si fermava ai risultati degli ultimi cinque anni. Per lui un altro fattore era importante. Un fattore che diceva molto su cosa altri pensassero di quel fondo.

Quanti soldi gestisce il fondo?”

Cioè?”

Un fondo che è riuscito a raccogliere tre miliardi di euro ed è in vita da almeno cinque anni e dà buoni se non ottimi risultati è un fondo da considerare molto seriamente. Quei tre miliardi mi dicono che quel gruppo di gestori è già stato testato da parecchi investitori. Mi dice che quegli investitori sono rimasti soddisfatti e hanno lasciato lì i loro soldi.”

Mentre un fondo con tredici milioni?”

In vita da cinque anni?”

Sì”

E’ probabilmente in mano ad una piccola società. A qualcuno non troppo diverso da noi. È un fondo che non vale molto, nel senso che chi lo gestisce non vale molto. Testato da cinque anni e nussuno gli ha dato denaro. Se stai investendo i tuoi risparmi personali è meglio stare alla larga da fondi del genere. Bisogna starci lontano con lo stesso entusiamo con cui un vegetariano – oggi avrebbe detto vegano – evita una macelleria. Certo: uno potrebbe scommettere e metterci dei soldi, ma deve anche rendersi conto che sta scommettendo e non sta investendo. Sono due cose diverse.”

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