Come farsi pagare quando non sei Ambrosetti

Ambrosetti era brillante, unico e penso irripetibile.

Prendeva tutta la faccenda dell’essere un fiduciario con un senso dell’umorismo che non ho mai riscontrato in nessun altro.

“Sono tutte cazzate” era una frase che diceva spesso.

Come per tutte le cose, c’era un prezzo da pagare: una moglie distaccata, intenta a spendere soldi, ed un figlio idiota.

Nonostante le tante opportunità aperte da tutto quel denaro, il giovane Ambrosetti era il classico figlio di papà pirla. Fallito negli studi, sempre a rischio di essere bocciato quando adolescente, non si era mai laureato. Non in una univerità vera, comunque.

Ambrosetti aveva poi pagato per fargli avere anche il pezzo di carta.

I suoi commenti sul figlio erano molto espliciti e la mancanza di rispetto era reciproca. Papà Ambrosetti, però, assicurava al figlio che ci sarebbe sempre stata una Porche con il pieno a disposizione, quindi tutto andava bene.

Ambrosetti non sembrava curarsene. Era comunque contento.

Di tutte le genialate, la commissione “matrimonio per l’amante” è stata la cosa più interessante che io gli abbia visto fare.

Gli altri, i mortali, quelli come me, devono ricorrere a metodi più ortodossi per farsi pagare: commissioni ufficiali e, se proprio si deve, consulenze.

Può succedere che la legge imponga dei limiti a quanto un agente (come noi fiduciari) possa essere pagato. Un fondo ha diversi compartimenti ed il mio emolumento può arrivare solo da alcuni di questi. A volte il compartimento che mi spetta è un po’ troppo piccolo per i miei gusti.

Non c’è problema.

Quello che si fa in questi casi è di organizzare un bel contratto di consulenza.

La prossima volta ve ne presenterò alcuni esempi.

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Sesso e commissioni: i clienti cosa dicono?

Riassunto: Ambrosetti aveva usato i soldi degli altri per finanziarsi il piacere di trombarsi una delle sue tante amanti. I soldi erano arrivati da commissioni che lui aveva ottenuto dai fondi dove aveva piazzato il capitale dei suoi clienti. Visto che Ambrosetti, come tutti i fiduciari, aveva in testa il suo reddito, il denaro era stato messo in fondi pessimi. I fondi pessimi sono quelli che garantiscono commissioni più alte ai fiduciari.

Alla fine i clienti ci avevano perso 140 mila euro.

Certo, sarebbe legittimo chiedersi: ma il cliente non si è incazzato. Quello che ha perso i centoquaranta testoni. Qui sta il bello del gioco: non si tratta di un cliente solo. Abbiamo a che fare con parecchi clienti, ognuno dei quali, ha investito non piu’ del 2 per cento del proprio capitale.

Immaginate di essere il cliente Pippo. Pippo ha evaso un milione e lo ha affidato ad Ambrosetti. Ambrosetti, che ha i suoi bisogni erotici, investe il 2 per cento di quel milione, cioè 20 mila euro, nel fondo dell’incompetente. Fa la stessa cosa con parecchi di altri clienti finchè non raggiunge i 2 milioni desiderati. Dopo due anni i 20 mila euro di Pippo hanno perso millequattrocento euro (il 7 per cento di 20 mila). In realtà hanno perso un po’ di piu’, perché ci sono state tutta una serie di commissioni aggiunte dalle banche, ma per l’amore del discorso diciamo sette per cento. Quei 1’400 euro su un milione contano come lo 0,14%. Pippo non si è neanche accorto di aver perso i soldi.

Ammettiamo invece, che se ne fosse accorto, e che avesse contattato Ambrosetti per chiedere le ragioni dell’investimento.

È improbabile che Ambrosetti avrebbe risposto: “Dovevo trombarmi l’amante, una vera macchina da sesso.”

Ci sarebbe stata la classica risposta: “Il fondo sembrava promettente. Comunque, come vede, non ho voluto rischiare troppo. Ho investito solo una piccola parte del capitale e ho chiuso la posizione quando ho visto che il titolo non andava da nessuna parte. Non ha fatto danni permanenti.”

Funziona sempre.

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Sesso e Commissioni (Parte 4, o perché noi fiduciari siamo dei santi)

Facciamo una cosa noiosa.

Facciamo qualche conto.

Ambrosetti ha usato 2 milioni di euro di soldi non suoi per garantirsi per qualche mese in più i servizi di una delle sue tante amanti.

Servizi straordinari, certamente, ma ne è valsa veramente la pena?

Come ne sono usciti i vari attori di questa commedia.

I 2 milioni girati da Ambrosetti al fondo di investimento non finiscono nelle mani di un gestore qualsiasi. Il gestore è, in realtà, un incompetente come pochi: 10 anni che insiste a fare la stessa cosa anche se questa cosa non ha mai fatto altro che perdere soldi.

Nei due anni previsti dal “contratto”, il fondo perde il 7 per cento con un mercato che, nello stesso periodo, sale del 25 per cento. Come ho detto: il gestore è un incompetente, quindi nessuna sorpresa.

Traduciamo tutto in soldi.

I clienti: danno i due milioni alla fiduciaria. Tasse evase sui due milioni: 853 mila euro.

Perdita del capitale (7 per cento di 2 milioni): -140 mila euro. Altri costi (banche, avvocati, imposte varie): 60 mila euro. Mettiamo tutto insieme:

Perdita 7%: – 140,000

Costi: – 60,000

Tasse Evase + 853,000

Bilancio: +653 mila euro. I clienti fanno un profitto.

Ambrosetti: spende 35 mila euro, ne guadagna 60 mila in commissioni dal fondo e continua a trombarsi l’amante. Senza dubbio, il vero vincitore.

L’incompetente: Si tiene 40 mila immeritatissimi euro generati in due anni dalle commissioni del fondo.

Son tutti felici.

In realtà noi fiduciari siamo dei santi.

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Sesso e commissioni (parte 3)

Dove eravamo rimasti?

Ambrosetti mi disse: “Voglio che la ABC123 – la compagnia gestrice di fondi a cui pochi davano soldi – mi procuri qualcuno che sposi Natalia. Pagherò il marito diecimila euro. L’unica cosa che deve fare quest’uomo è presentarsi alla cerimonia. Mi prenderò cura del ristoraten e pagherò per il pranzo, l’abito bianco ed i festeggiamenti. Poi il marito potrà tornare a nascondersi nel buco da dove è apparso.”

“Sei pazzo – gli dissi – non accetteranno mai.”

“Hanno già accettato.”

Ricordo che rimasi senza parole. Non dissi niente per almeno trenta secondi.

“Cosa vogliono in cambio?”

“Un paio di milioni sul portafoglio di quello sfigato per almeno un paio d’anni. Si può fare.” Lo sfigato era uno dei soci della compagnia. Un uomo che perdeva soldi e capitali da anni.

“Alle solite condizioni?”

“Ovvio. Mi prendo l’uno e mezzo per cento all’anno. Quindi in due anni 60 mila euro. Mi ripago dei costi e ci guadagno qualcosa.”

“E se lui, il marito, se la vuole trombare?”

“È il marito. E Natalia è una gran bella figa. Buon per lui. A me basta che lei sia a disposizione.”

Ambrosetti sa come essere romantico.

Il commerciale del fondo senza speranza aveva un lontano cugino, un tizio superpalestrato e squattrinato, che avrebbe potuto fare la parte dello sposo.

La cosa fu fatta per bene. I due vennero fatti incontrare e vennero pure prese delle foto.

Il matrimonio venne celebrato in Italia, in una bella chiesa medioevale a Volterra, un bel sabato di luglio. Una quarantina d’invitati. Abito bianco e ristorante godereccio. Servizio fotografico di qualità. Ambrosetti voleva essere sicuro che tutto apparisse genuino, in modo da non avere discussioni con le autorità italiane.

La giornata gli era costata, tra compenso per il lontano cugino del commerciale e i festeggiamenti, intorno ai 35 mila euro. Era ancora in profitto.

Natalia ottenne il suo visto e, per quel che ne so, non rivide mai più il marito.

Luigi, tra un’amante e l’altra, vide ancora Natalia per un annetto. Forse qualcosina di meno. Poi i due andarono per la loro strada.

Al termine dei due anni Ambrosetti ritirò i due milioni. Anche per i suoi bassissimi standard, il fondo faceva così schifo che andava a violare la quarta condizione: quanto rende al cliente?

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Sesso e commissioni (parte 2)

Ambrosetti, un uomo che cambiava amanti allo stesso ritmo con cui si cambiava d’abito, s’era fissato con una ragazza: Natalia.

Non voleva sposarla e certamente non se n’era innamorato. Quello che voleva mantenersi era, a sentire lui, un sesso impareggiabile, mai visto, roba da divinità greca, cose che neanche nei porno… Luigi avrebbe potuto continuare con le sue descrizioni per ore e ore.

La soluzione al problema di Ambrosetti richiedeva che Natalia, una cittadina ucraina, ottenesse un visto di lunga durata, meglio ancora permanente. In Svizzera on in Italia.

Luigi ne parlò con me un giorno di primavera.

“Natalia ha bisogno di un visto.”

“Trovale un lavoro.”

“Qualcosa di più permanente?”

L’essere umano in me, in quel momento prese il sopravvento: “La vuoi sposare?”

Fui subito rassicurato. Luigi rise. Rise di cuore.

“Non dire stronzate. Voglio che qualcun altro la sposi.”

Conosco Ambrosetti da decenni, è stato il mio mentore, ma quando penso che l’uomo non è più in grado di sorprendermi, ecco che mi soprende. Feci la mia miglior faccia perplessa: “Prego?”

Ambrosetti mi spiegò il suo piano. Era un’idea astuta e redditizia. Un’ulteriore prova, se ce ne fosse mai bisogno, che tira più un pelo di figa che un carro di buoi.

Luigi aveva già accennato la cosa ad un commerciale di sua conoscenza. Il commerciale non era stato scelto a caso. Si trattava di un venditore mediocre che doveva piazzare un fondo impossibile da vendere: un portafoglio gestito da un perfetto incompetente. Da anni il fondo andava solo in una direzione: giù.

Di conseguenza, era un qualche anno che questo portafoglio perdeva capitali. Gli azionisti esistenti erano in fuga e nessuno era più disposto a metterci soldi.

Uno dei pochi a rimanere investito era Ambrosetti. Lui rimaneva, perchè ormai si era assicurato quasi tutte le commissioni generate dal fondo, persino una parte delle commissioni sui profitti. A dire il vero, quelle sui profitti non le aveva mai incassate, perché il fondo di profitti non ne faceva proprio. Il gestore definiva la politica di investimento del fondo come neutrale rispetto il mercato. In un certo senso, non era una balla. Quel portafoglio era davvero neutrale rispetto al mercato: qualunque cosa avesse fatto il mercato, il fondo avrebbe perso soldi. Generalmente, ogni anno da parecchi anni, il fondo perdeva tra l’uno ed il tre per cento del suo valore.

Persino qualche cliente di Ambrosetti se n’era accorto e aveva chiesto di chiudere la posizione.

All’apparenza non c’era più molto che potesse essere estratto da quel fondo.

Un qualunque fiduciario avrebbe raggiunto quella conclusione e avrebbe chiuso tutte le posizioni.

Luigi Ambrosetti non era uno qualunque.

Rimaneva la possibilità di pagamenti in natura: “Voglio che mi procurino qualcuno che sposi Natalia”.

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Sesso e commissioni (parte 1)

La quantità di commissioni che riesco ad ottenere dipende da fattori interni (di cui abbiamo parlato l’altra volta) e fattori esterni.

Il vantaggio dei fattori interni è che, di solito, garantiscono una qualche forma di controllo.

La realtà dei fatti è che, a differenza di quello di cui il gestore medio è fermamente convinto, il mondo non gira intorno a noi. Ci sono dei fattori esterni su cui non abbiamo nessun dire e certamente nessun controllo.

L’anno sta andando male perché la crisi del millennio è in corso. I capitali stanno fuggendo? I miei (vostri) soldi costano di più.

L’Italia fa l’ennesimo ed ultimo (è sempre l’ultimo) condono fiscale?

“Signori, lo sapete, i tempi sono duri… I capitali stanno rientrando nei paesi di origine…” Bla, bla, bla. I miei introiti salgono.

Il segreto bancario va in soffitta?

Apriti cielo! Questo si che farà salire i prezzi.

Almeno per noi comuni mortali con intelletto medio, c’è sempre qualche scusa buona, qualche opportunità semplice da indenticare per tirare su sulle commissioni.

Ci sono anche i geni, però. Questi esseri celesti camminano tra di noi, ma noi ne rimaniamo ignari e continuiamo a vivere le nostre vite inconsapevoli della folgorante potenza di chi magari ci sta accanto.

Ambrosetti era un genio.

Su questo non ho dubbi.

Lui era riuscito a farsi pagare in natura.

Ambrosetti era tante cose: prima di tutto fiduciario, poi, in quest’ordine, juventino, padre disinteressato e marito.

Ambrosetti era un gran cornificatore ma non avrebbe mai divorziato dalla moglie. Non ci avrebbe mai pensato.

Non per amore: per abitudine. Era abituato ad averla intorno.

Luigi Ambrosetti non si sarebbe tirato indientro di fronte alla possibilità di una sveltina e, di sicuro, non avrebbe tirato su il naso di fronte alla possibilità di una scopatina veloce, di una bottarella e via. Le sue preferenze, però, tendevano all’amante di breve o medio periodo: diciamo tra i tre ed i sei mesi.

“Mi permette di provare piu’ cose”, diceva.

Quasi tutte le sue amanti erano tra i 25 ed i 30 anni, alcune dall’Est Europa, la maggior parte dall’Ucraina e dalla Russia, regioni per le quali aveva un debole.

Sulla durata di queste relazioni, Ambrosetti era molto disciplinato. Non voleva che l’amante si facesse delle illusioni.

Raggiunto il tempo massimo, le scaricava.

Spesso trovava loro un lavoretto a Lugano e dintorni, in modo che potessero rinnovare almeno una volta il visto di residenza in Svizzera. Alla fine era un accordo che soddisfaceva entrambe le parti.

Ambrosetti non era bellissimo e nemmeno giovanissimo, ma si teneva in forma ed era molto ricco. Sapeva come spendere quei soldi sulle sue amanti.

A questo metodo provato e di successo c’era stata un’eccezione. Per amore della conversazione chiameremo l’eccezione con un nome che tutti noi associamo con la Russia: Natalia.

Bionda, magra ma di seno travolgente, aveva conquistato Luigi come nessuno prima.

Innamorato?

No. No era roba per Luigi. Dubito che Ambrosetti si sia mai innamorato di nessuno, inclusa la moglie.

“Marco” mi diceva “io una roba del genere a letto non l’avevo mai vista. Su. Giù. Seduti, all’aperto, una sveltina in Chiesa. Mi tira sempre.”

Tutto questo sesso grandioso lo tentava a rompere le sue stesse regole. Natalia passò i sei mesi di relazione e raggiunse i dieci. Il sesso rimaneva imbattibile.

La parte pratica di Ambrosetti, però, cominciava a fare la voce grossa.

Continuare sarebbe potuto diventare pericoloso.

Natalia avrebbe potuto farsi illusioni.

Tutti quei pompini avrebbero avuto un prezzo.

Luigi era come stregato. Sapeva di doversi liberare della donna. Non voleva farlo.

Natalia ci contava.

Quando, con uno sforzo sovrumano, Luigi le aveva offerto il solito lavoretto libera amante, lei aveva rifiutato.

“Piuttosto”, disse, “me ne torno in Russia.”

E glielo diceva mentre aveva le sue mani tra le sue coscie.

Ambrosetti voleva tenere Natalia ancora un po’ intorno, ma voleva anche un modo di distaccarsi nel momento e nei modi che avrebbe deciso lui. Sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato.

Solo non ora.

Ambrosetti, ideò un piano.

Geniale.

Aveva solo bisogno del sogno proibito di ogni fiduciario: il perfetto incompetente.

Lui ne aveva uno.

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Un milione di euro l’anno facile facile

I fondi di investimento hanno bisogno di capitali per poter esistere. Alcuni fondi sono gestiti da persone così in gamba, così capaci che i soldi gli piovono addosso.

Per fortuna, sono una piccola minoranza.

Dal 30 al 40 per cento dei fondi sono decenti e tutto il resto fa cagare.

Il fiduciario che sa il fatto suo si occupa solo dei fondi da diarrea.

Stiamo parlando di gestori disperati, pronti a concedere tutto pur di avere un po’ di soldi.

È questa gente che mi chiama. Come se fossi un spirito degli antenati, vengo interpellato.

Domanda: perché mi hanno interpellato? Cercano soldi per un fondo esistente? O per un portafoglio tutto nuovo?

Tempo fa, per esempio, mi è stato chiesto di aggiungere 50 milioni ad un portafoglio che aveva già raccolto 30 milioni, ma da cui i capitali stavano uscendo. Perché stavano uscendo? Loro mi dicono: “I tempi sono duri.”

Io non so neanche perché ci provano ad uscirsene con delle boiate del genere. Così come una fotografia vale più di mille parole, un grafico vale più delle mille stronzate uscite dalla bocca di un gestore. Il valore del tuo fondo scende quando il valore di altri fondi sale? Probabilmente non sei il figo che dici (speri?) di essere.

Detto tra noi, il fondo dei Gianni e Pinotto luganesi, proprio in questi giorni sta andando particolarmente male. Con il mercato che, nei primi due mesi del 2019, è salito del 10 per cento e più, loro sono riusciti a fare +1%. Fenomeni. A quanto pare, dei 17 milioni che avevano ad inizio anno (quando il fondo era partito) tre se ne sono già andati. Giovedì mi ha chiamato il loro commerciale. Niente presentazioni. Mi ha mandato un file Excel con i calcoli per una commissione extra (una stecca in parole povere) che mi competerebbe dovessi mettere dei soldi su quella cagata di fondo. Vedremo.

Torniamo alla storia dei 50 milioni. Per i gestori si trattava di una scommessa. Volevano aumentare le masse per attrarre le banche con un fondo più pesante. Le banche di solito non guardano mai a fondi troppo piccoli. Per attrarle ci vuole una certa dimensione. Se i fondi fossero tette, alle banche piacerebbero grosse.

Non importa perché mi hanno chiamato. Delle loro intenzioni non me ne faccio niente. Le mie decisioni di investimento sono sempre guidate dai miei quattro principi per decidere dove e quanto investire.

Probabilmente i miei clienti non ci avrebbero guadagnato tantissimo, ma io potevo portarmi a casa il 100 per cento delle commissioni di gestione. Il 100 per cento: la mia parte e la parte dei gestori. Qui si parlava del 2 per cento sui capitali investiti. Di solito me ne sarebbe spettato lo 0,80%. Su cinquanta milioni vuol dire 400 mila euro l’anno. Prendendomi tutto il 2% mi sarebbero entrati 1 milione di euro. Gli ho dato i 50 milioni, li ho lasciati lì per due anni e poi ho cominciato a toglierli. I risultati facevano così schifo che andavano a toccare il principio di scelta numero quattro: quanto rendono ai miei clienti.

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Amo le merdine

Per avere i miei “soldi degli altri”, i fondi mi devono pagare. Devono darmi una fetta della torta.

Quanto sia grande la fetta dipende da fattori interni ed esterni alla compagnia.

Un fattore interno, probabilmente il più importante, è da quanto io li conosca.

Primo incontro? Nomi nuovi? È la classica situazione dove mi devo affidare alla mia esperienza ed al mio intuito.

Badata bene, il mio intuito è ben esercitato e i miei sensi per stronzaggini da gestore incapace sono stati affinati da anni di attività in questo settore. Tuttavia, nel contrattare con qualcuno semisconosciuto ci sono sempre dei fattori di rischio, fattori che potrebbero impedirmi di ottenere il massimo possibile.

La medaglia ha due facce: quello che vale per me, vale anche per la mia controparte.

Loro non mi conoscono e, magari, non hanno ancora molta esperienza nell’avere a che fare con un fiduciario ticinese agguerrito.

Tutt’altra storia se la relazione è invece di lunga data. Non ci sono piu’ misteri. Loro conoscono me ed io conosco loro. L’unica variabile che conta è quanto siano bravi nel loro mestiere..

Molto bravi? Poche commissioni. Merdine? Ogni giorno è Natale.

Possono aver passato ore a preparare quella benedetta e francamente inutile presentazione. Possono essersi scervellati su quel grafico che non ho neanche guardato. Possono aver discusso all’infinito sul paragrafo tre pagina due della presentazione che non ho letto e che non leggerò mai. È tutto inutile. Se sono cosciente di quello che siete in grado di fare e di quale sia il vostro limite è su quello che punterò.

Nulla sarà mai detto direttamente. Siamo tutti troppo educati per questo.

Giusto qualche menzione su quello che stanno facendo altri fondi o il mercato.

“Sono sicuro che le cose miglioreranno. Gli ultimi quattro anni sono stati certamente sfortunati.”

Questa è una delle mie frasi preferite. Gli dici che sono dei cazzoni, che sono tutti andati meglio di loro, che sono gli ultimi della classe, ma lo fai con perfetta gentilezza.

Ci sono anche quei casi dove posso tagliare corto anche con le finte gentilezze. Gestisci fondi per 200 milioni? Cinquanta arrivano da me?

Sei mio.

Puoi illuderti quanto vuoi. Puoi pensare che sei il superfigo tra i superfighi.

Non lo sei.

Sei mio.

Zitto e paga.

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Un buon fiduciario ama i fondi sfigati

Perché solo un fiduciario puo’ apprezzare ed investire i soldi degli altri in un fondo che ha poche possibilità di dare rendimenti sensibili o che, in parecchi casi, potrebbe far perdere dei soldi agli investitori / evasori fiscali.

Il motivo è molto semplice: al fiduciario piacciono questi fondi sfigati proprio perché nessun altro è così idiota da volerci mettere i propri sudatissimi soldi. Non in cose del genere. Non consapevolmente. Non direttamente. Non lo vuole fare il singolo investitore che preferisce dirigere i propri risparmi verso qualcosa di provato, testato e con un nome riconoscibile. Non lo vogliono certamente le banche, perchè anche loro si rendono conto che quello che hanno di fronte ha poche possibilità di aver successo. Un secondo problema con le banche è che queste hanno montagne di soldi da muovere e tendono a preferire fondi ben capitalizzati e corposi. Questi portafogli stranezze non sono mai molto grandi.

Quindi, alla fine, rimaniamo solo noi: i fiduciari.

Salvatori di fondi e di gestori incapaci.

Se il prezzo è giusto.

Finalmente, a questo punto, dopo la tortura delle presentazioni, comincia quella che per me è la vera negoziazione.

Non più sale enormi.

Au revoir presentazioni con grafici e fotografie.

Addio giovani assistenti che provano a dire la loro, ma perdono sempre contro il capo logorroico.

Adesso ci troviamo in una stanza piccola dove il fiduciario è persino autorizzato a fumare e, se si usa un programma, non sarà più Power Point. Power Point è per sfigati. Il programma sarà Excel. Si deve poter far dei calcoli, cazzo, altro che grafici.

Adesso siamo in due o tre, non in cinquanta.

Adesso si parla in italiano. Se la compagnia è quella giusta ci sono anche puntate sul dialetto.

I due schieramenti (loro ed io) hanno le idee molto chiare. Loro vogliono darmi quello che, dicono, pagano a tutti i fiduciari e sparano una cifra. Io, ovviamente, so che sono stronzate. Non esiste una commissione che viene pagata a tutti i fiduciari. Ognuno contratta quello che puo’. Nella mia testa, quello che danno agli altri non è MAI abbastanza. I miei soldi sono molto più fighi.

Voglio sempre una fetta più grossa.

Quanto grande la fetta non dipende dalle possibilità di successo del fondo. La semplice realtà di questo incontro vuol dire che non sono riusciti a convincere le banche. Se sono lì, seduti intorno ad un tavolo con me, vuol dire che già altri hanno determinato quel fondo non andrà da nessun parte, se non giù.

Non c’è problema. Io sono amico di tutti e sono di bocca buona.

Quello di cui ci si deve rendere conto è che la mia bocca deve essere nutrita a suon di commissioni.

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State lontani dai fondi strani

Il mercato finanziario è inondato da migliaia di fondi d’investimento.

Il rischio di perdersi è concreto.

Per orientarmi, anni fa mi sono costruito un semplicissimo file Excel che uso ancora per classificare i fondi che mi capitano di fronte.

Il file consiste di soli sei fogli, ogni pagina dedicata ad una categoria. All’interno di ogni foglio sono elencati i nomi dei fondi, il loro rendimento medio negli ultimi cinque anni e qualche contatto telefonico.

Le mie sei categorie.

  1. Fondi azionari normali
  2. Fondi azionari rischiosi
  3. Fondi obbligazionari normali
  4. Fondi obbligazionari rischiosi
  5. Un misto di quelli di sopra
  6. Fondi genuinamente strani

La mia esperienza personale è che la quasi totalità dei fondi rientrano nella categoria uno, tre e cinque.

Questo fatto statistico non fa nulla per smuovere le illusioni del gestore.

Dovete rendervi conto che il gestore è un essere umano ed il suo grande desiderio è quello di aver creato qualcosa di unico, un fondo brillante, qualcosa di mai pensato prima. Le presentazioni barra catechismi hanno lo scopo di portare le moltitudini di investitori sulla retta via. Come San Paolo sulla via di Damasco, il risparmiatore deve rimanere accecato da cotanta brillantezza.

Questo nelle idee del gestore.

Cosa volete che vi dica? Ognuno di noi ha dirito al suo sogno.

La mia esperienza personale è che molti amministratori di fondi sperano di far parte del gruppo “genuinamente strano”.

Vogliono aver avuto l’idea originale. Vogliono essere come quel genio che ha avuto l’idea dei bastoni per farsi la fotografia con il cellulare. Una grande idea, anche semplice, che ti rende milionario.

I gestori sono sicuri di aver visto qualcosa che gli altri non hanno notato. Sono grandi esploratori: i primi a vedere terre vergini. Cercano di venderti l’idea che il loro progetto è nuovo e certamente vincente.

Per fortuna loro, al di là delle loro illusioni personali e vaghe manie di grandezza, nella quasi totalità dei casi, la loro idea è semplicemente un’altra versione della solita minestra. Per esempio il Gianni e Pinotto di cui parlavo l’altra volta, giusto qualche giorno fa mi hanno presentato un’altra delle loro idee brillanti: il rifacimento, con un titolo diverso, di quello che hanno fatto negli ultimi 10 anni. È chiaro che la cosa non finirà bene (l’unica cosa che Gianni e Pinotto sono riusciti a fare negli ultimi 10 anni è perdere soldi), ma loro son contenti: pensano di avere creato qualcosa di originale ed unico.

Non è vero: è la solita minestra riscaldata.

Attenzione: il caso di Gianni e Pinotto è estremo. Qui parliamo di due eroi dell’incompetenza. Nel loro caso, la solita minestra si traduce con disastro. Il loro fondo numero 3 farà la stessa fine dei loro fondi 1 e 2: fallirà (dopo avermi pagato le mie commissioni).

Negli altri casi, la solita minestra riscaldata è un bene.

I fondi genuinamente strani tendono a finire male. Risultati pessimi, pochi investimenti e reputazioni mai veramente solide, completamente rovinate. I fondi strani non durano molto. Sono un po’ come le stelle cadenti. Brillano di luce propria per pochi attimi giusto perché stanno precipitando.

È un meccanismo che la natura conosce bene. Mutazioni genetiche appaiono ad ogni generazione. La maggior parte di queste mutazioni, però, sono aberrazioni dannose. La selezione naturale si assicura che queste aberrazioni scompaiano molto alla svelta dal patrimonio genetico di una specie.

L’aberrazione o muore subito o poco dopo.

La combinazione genetica vincente è estremamente rara e diventa vincente solo se le circostanze, l’ambiente, sono tali da garantirle il successo.

I gestori pensano spesso di avere tra le mani la mutazione che garantirà agli investitori e a loro stessi ricchezza e successo.

Non la hanno.

Quasi mai.

A Lugano, poi, non l’ho vista proprio.

In un certo senso è un peccato. La soluzione genuinamente strana è quella che rende di più.

Non all’investitore: l’investitore finirà quasi di sicuro per perderci soldi. Sarà fortunato se finirà quasi alla pari.

La soluzione strana è sempre quella che rende di più a me.

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