Le tasse dei frontalieri (parte 2)

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Da quando la Svizzera ha firmato gli accordi di libera circolazione con l’Unione Europea sono successe parecchie cose. Le possiamo riassumere in modo molto semplice dicendo che la Repubblica Elvetica ci ha guadagnato un bel po’ di denaro. Più scambi, più turismo e più tasse dal crescente numero di frontalieri.

Ovviamente, come conseguenza del maggior numero di frontalieri anche il ristorno di parte di queste tasse all’Italia ha raggiunto cifre non indifferenti.

Contemporaneamente le spese nel Ticino sono salite enormemente. Lugano è una città che ha un ottavo degli abitanti di Palermo ma ha un debito altrettanto grande.

Bisognava trovare dell’altro denaro.

Soluzione migliore: controlla le spese.

Ahimè, tutti sappiamo quanto sia difficile e politicamente costoso dare un taglio alle spese. Meglio una soluzione basato su qualcosa di più primitivo: dagli allo straniero!

Un bel giorno i nostri partiti populisti votati da una maggioranza relativa degli elettori hanno cominciato ad attaccare i frontalieri.

Ce ne sono troppi…

I soldi che guadagnano vengono spesi solo in Italia…

A quanto pare (e comodamente) ci si dimenticava dei milioni di tasse lasciati sul nostro territorio, denaro che veniva incassato da cantone e confederazione senza che questi dovessero offrire una vera contropartita. I frontalieri usano gli ospedali in Italia – non i nostri – mandano i figli a scuola in Italia – non a Mendrisio.

Questi, vi rendete conto, sono dettagli spiacevoli che non dovrebbero mai mettersi di traverso di una sana politica populista popolare.

Insomma: viene alzata la pressione su tutta la faccenda. Una manifestazione di dubbio gusto qua, un paio di insulti là, e aprono le negoziazioni per rivedere l’accordo sui frontalieri. Il Ticino vuole una fetta più grande delle tasse.

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Le tasse dei frontalieri

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I frontalieri italiani, dagli anni Settanta, godono di un regime fiscale particolare.

Il dipendente residente in quella che viene chiamata la fascia di frontiera (più o meno entro i 20 chilometri dal confine) paga le tasse in Svizzera. La Confederazione, poi, agisce da sostituto d’imposta e gira parte di quelle tasse, un po’ meno del quaranta per cento, allo Stato italiano che, a sua volta, dopo esserseli tenuti per qualche mese, li rigira ai comuni di residenza.

La ragione di questo storno delle tasse è semplice. I frontalieri vivono in Italia e godono dei servizi in quel paese: scuole, sanità, strade, sicurezza e così via.

I soldi pagati alla Confederazione, sono, in effetti, soldi gratis. Sono tasse pagate in cambio di… quasi niente. La Svizzera restituisce molto poco ai lavoratori italiani in forma di servizi. Il ristorno è una cosa che ci può stare in un mondo ragionevole e logico.

Già vedete quale sia il problema.

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I frontalieri (parte seconda)

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I frontalieri sono soggetti ideali da attaccare: sono stranieri.

Sanno molto bene qual è il loro posto.

In più non risiedono in Svizzera e, soprattutto, non votano.

Sono perfettamente maltrattabili dai politici elvetici.

Il frontaliere, nella maggior parte dei casi, attraversa la frontiere due volte al giorno. Quando va al lavoro e quanto torna in Italia per andare a casa. Questi operai, impiegati e dirigenti italiani, sono disposti ad accettare una certa quantità di abusi ed insulti pur di non rischiare il loro posto. Non so quanto uno possa tirare la corda, ma, finora, non si è spezzata.

Che cosa c’entra tutto questo con i gestori?

In genere poco, ma per la storia che presto vi racconterò, questa introduzione è fondamentale.

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Una premessa: i frontalieri.

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Ogni giorno, migliaia, no, decine di migliaia di italiani passano la frontiera tra Italia e Svizzera e vengono a lavorare in Ticino. Quello del lavoro transfrontaliero è un fenomeno molto importante in tutte le zone di confine Svizzere. Decine di migliaia di francesi passano il confine vicino a casa loro, così come decine di migliaia di tedeschi.

La ragione è molto semplice: nella repubblica elvetiva i salari sono più alti e le tasse sono più basse. Il netto che un impiegato si porta a casa a fine mese ne beneficia considerevolmente. A parità di lavoro, per quel che riguarda il salario, lavorare in Svizzera e vivere in un altro paese conviente.

Nella maggior parte della Svizzera questi lavoratori, conosciuti come frontalieri, sono benvenuti. Il loro apporto all’economia è innegabile e, sicuramente, accrescono, pagando le tasse, il benessere di tutti.

In Ticino le cose sono un po’ diverse.

Politicamente parlando, il frontiere è un soggetto ideale.

Non vota.

Nell’ultimo decennio i frontalieri sono diventati il soggetto d’attaccare preferito di alcuni dei nostri partiti più populisti. Non si tratta di piccoli partiti: hanno la maggioranza relativa dei voti. Ciò che viene detto da questi partiti é quindi importante ed ha conseguenze pratiche.

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Dove nessun ego è andato mai (introduzione)

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Torniamo alla nostra storia originale: l’ego.

Non fraintendetemi: l’ego non è necessariamente una brutta cosa. L’essere sicuri di sé è importante. Non ho mai capito l’attrattiva di vivere in un angolo buio e agire tutto contrito. La storia è fatta da gente che era sicura di sé e che aveva la forza di agire basandosi su quelle che erano le proprie convinzioni. Non credo che nessuno metterebbe in dubbio la forza di carattere di Ghandi o di Mandela.

L’ego può essere una buona cosa.

Può anche portare ad eccessi. Di mostri nella storia ne abbiamo avuti fin troppi.

Occasionalmente può anche portare al ridicolo.

Sulla parola “ridicolo” mi interrrompo e divergo un momento per raccontarvi una storia.

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Ma come parlano?

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C’è chi dice che io esagero.

Che le cose non stanno così.

Che i gestori parlano normale.

Quello che segue è un’analisi che ho ricevuto ieri.

Ve la ripropongo senza filtri.

Mi limito a “tradurre” alcune sigle:

1. “bln”: nella mente di quest’uomo (sì, è maschio come la quasi totalità dei gestori di Lugano), sta per billion che, ovviamente, in italiano si dice miliardi.

2. “nav”: net assets value. Quanto vale il capitale della società.

3. “dvd”: dividendo. Lui, però, lo pensa in inglese.

4. “bp”: basis points. Punti base o 0,01%.

5. “avg”: average. Media.

6. “Callati”. Bellissima trasformazione del verbo To Call. Quindi lo dovete leggere “collati”. Scrivere “richiamati” era, di sicuro, inaccettabile.

Ho cambiato anche il nome della società che viene analizzata in XYZ.

Si parte.

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XYZ. Nonostante la valutazione molto cheap sul book value (che però va nettato dalle minorities) e nav (intorno a 200 con titolo a 44) non è un titolo che comprerei. Troppo esposta a shopping centers e Europa (france retail 26, france offices 4, france exhibitions 5, us 24, uk & Italy 9, central Europe 8, Germany 6, spain 6, nirdics 5, Austria 4, the Netherlands 4). I migliori assets sono 55 flagship centers su 90, il che vuol dire che devono vendere molti centri commerciali per tornare al core portfolio. Hanno anche 8 bln under development che stanno lentamente ridimensionando. Fino allo scorso anno quella degli shopping centers era l’area più debole del mondo real estate e gli unici compratori erano financial investors (una transazione del 2019 per 2 bln deve chiudersi in questi giorni). XYZ ha altri assets trophy come gli exhibition centers di NomeDiUnaCittà ma sono al 50% in condivisione con la città e poco rilevanti nel nav complessivo. Come valuation il problema è nel fatto che la società produce molto poco cash flow, stanno a circa 20x fcf.  Hanno tagliato di recente il dvd a 5.4 eur (-50%) risparmiando circa 750mln anno. Come business trend è una battaglia contro vento perchè il leit motiv è quello di una migrazione sull’online. Per adesso il loro nav è calcolato con un net yield di 4.2/4.4 medio. Gli shopping centers meno performanti in eu girano a 7.7%, in us allo 11%. Secondo le mie stime a 32 bln di ev (26 di debito + 6 mlt cap) stanno scontando uno yield implicito del 7.4 %(ogni 100bp sono circa 10bln). Loro sono molto bravi nel cercare di portare più gente possibile nei centri con eventi, rotazione dei tenants etc etc. In generale sono un buon asset manager. Il problema è negli assets. Per invertire il trend deve succedere qualcosa che ancora non saprei dire. Il bilancio è tutto sommato a posto con 38% ltv e buon dividend cover, il costo dell’indebitamento è basso (ma in leggera crescita negli ultimi 2 anni da 1.4% a 1.6%) e avg maturity di 8 anni. Hanno anche 9bln credit lines e quindi non falliranno. Ci sono degli hybrids per 2 bln scadenza 2023 che penso non verranno callati (rendono 8% alla call ma hanno un coupon inesistente). In quella circostanza magari si puo’ aprire una opportunità nella capital structure. Puo’ essere un player tattico contrarian per il tema reopen ma non lo considero un calcio di rigore long-term. 

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Vedete? Vedete con cosa ho a che fare?

Le mio commissioni? Me le merito tutte.

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La misura dell’ego del gestore

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Come misurare l’ego di un gestore?

In tre parole: non si può.

Signori: qui parliamo di qualcosa di smisurato, di dimensione siderali, una dimensione che è ben al di là della comprensione di noi poveri mortali.

Un pò come ogni fanatico religioso che si rispetti, l’ego di un gestore non ammette dubbi.

Per questioni di educazione e di civiltà, il gestore potrebbe (non è sempre il caso) dare l’apparenza di umiltà ed incertezze.

Non credetici. È una tattica.

Lui, sotto sotto, è perfettamente consapevole dell’apparenza e pensa di agire per il vostro bene.

Non vuole che, un po’ come San Paolo sulla via di Damasco, voi veniate accecati dalla luce abbagliante che la sua saggezza emana senza interruzioni.

È un po’ come il classico cliente da bar. La differenza è che il cliente del bar sa, di solito, tutto di calcio. Il gestore, semplicemente, sa tutto. E non lo nasconde: si sente come Gesù e vuole predicare.

Di una cosa potete essere certi: a differenza di Gesù: il gestore non vi chiederà di diventare un apostolo. Ci mancherebbe: implicherebbe darvi dei soldi.

Perché la chiave di questo ego è tutta lì: i soldi.

Non stiamo parlando dei soldi che un buon gestore “crea” per i risparmiatori. Quelli sono irrilevanti.

Un gestore, ai suoi occhi, rimane superfigo e praticamente immortale anche quando fa perdere soldi a vagonate. Gli unici soldi che contanto sono quelli che riceve lui: stipendio e bonus.

Il resto, sono particolari.

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La caratteristica comune a tutti i gestori

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Ci sono gestori alti e gestori bassi, gestori biondi e bruni. Ci sono quelli che hanno un accento locale e quelli che provengono da terre più lontane.

Scorbutici e simpatici.

Preparati e perfetti incompetenti.

All’interno di quella sezione di umanità composta dai gestori ci sono grandi differenze.

Ragionevole.

Eppure, qualcosa li accumuna tutti. Qualcosa li rende parte di un insieme uniforme.

I gestori condividono, tutti, una caratteristica: la loro assoluta certezza del loro stato di divinità. Il loro senso di saggezza immortale. La sicurezza di avere sempre ragione.

Ok: ne ho elencate tre, ma in fondo sono tutte la stessa cosa.

Forse solo i piloti di caccia in grado di atterrare su una portaerei di notte durante una tempesta dopo aver combattuto un nemico implacabile hanno un ego più grande.

Forse.

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Il gestore indignato

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Le società di gestione che hanno sede sul lago di Lugano tendono a condividere una caratteristica tutta locale: sono quasi tutte imprese molto piccole. È davvero difficile vedere imprese con più di venti impiegati.

In questi casi, il gestore tende ad essere un socio, se non il proprietario unico dell’azienda.

Questo fatto ha una conseguenza molto importante.

A fine anno, quando si tratta di fare i conti finali e di dividersi le spoglie, la voce del gestore è quella sentita meglio.

Da quel che mi è stato raccontato in parecchie occasioni, il fatto che la voce venga sentita va interpretato letteralmente. Le litigate tra gestori, per chi si accaparra cosa, sono leggendarie e molto molto rumorose. Non c’è camera insonorizzata che riesca a racchiudere la forza d’urto della voce di un gestore indignato.

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Da noi, il gestore è maschio

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Chi sono le persone a cui affido i vostri soldi?

Chi è il gestore medio?

Com’è fatto?

Nella quasi totalità dei casi il gestore è maschio. Uso “quasi” perché voglio essere prudente.

Per quella che è la mia esperienza personale, il gestore a Lugano è un maschio: non ho mai incontrato una donna.

Mi rendo conto che in città piu’ grandi, in posti come Londra e New York qualche donna qua e là ci sia. Di solito, dalle nostre parti, le donne o sono segretarie, o contabili (raramente a capo della contabilità) o, dove esiste, sono nell’ufficio personale.

Il gestore tende ad essere laureato in economia. C’è una buona fetta di ingegneri, ma senza dubbio la maggior parte sono laureati in economia. Non conosco nessun gestore a Lugano che si sia laureato a Lugano. La maggior parte lo hanno fatto a Milano (Bocconi o Cattolica).

Come in molte altre professioni, l’automobile del gestore tende a riflettere la sua personalità: macchine rombanti, grandi ed inquinanti.

Il dubbio che la consapevolezza dell’ammontare di anidride carbonica immesso nell’atmosfera non sia molto alta nelle priorità del gestore, è legittimo.

Il gestore può anche parlare di riscaldamento globale e dei drammi dell’inquinamento, ma, alla prova dei fatti, non ritiene di prendere la cosa personalmente.

Sono gli altri che dovrebbero fare qualcosa a riguardo.

Non gliene voglio.

La maggior parte di noi, agisce esattamente allo stesso modo. Se non lo fa, è semplicemente perché non può permettersi la macchina grande, rombante ed inquinante.

Il gestore, invece, ha i soldi per comprarsela, perchè, senza dubbio, è quello pagato meglio nell’azienda. Questo, sia chiaro, indipendentemente dai suoi risultati a fine anno.

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